La solitudine di una milanese in una città aliena, praticamente nemica

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Milano 14 Settembre – “C’è chi pensa – racconta Ornella – che la solitudine sia un piatto scaldato al micronde, ogni sera, perché, tanto..non vale la pena cucinare.. e che sia un pasto da consumare in fretta, con un occhio alla Tv e il pensiero che va ai figli quando erano piccoli e mio marito, sempre allegro, ci prospettava un futuro positivo, con la speranza nelle mani callose di fatica. Ma sì, è anche quella nostalgia che ti prende allo stomaco, che fa male. E i fantasmi di un calore che era famiglia, condivisione, aiuto. Ma sono dieci anni che sono sola: i figli sparpagliati in altre città e mio marito là, nel cimitero a ricordarmi una vita con un affetto infinito e allora mi dico che quel tarlo oggi ha anche altre ragioni. Motivazioni che con il tempo ho cercato di razionalizzare, di ricercare con obiettività. Perché nella mia ricerca dei punti di riferimento abituali, scopro, ogni giorno, un cambiamento radicale dei luoghi, delle persone, del modo di pensare e di agire. E mi sento una milanese in una città aliena, quasi nemica. Andavo ai giardinetti per una boccata d’aria, due chiacchiere con le amiche, il verde che scandiva le stagioni con i suoi colori. Oggi bivacchi, gente che dorme sulle panchine, sporcizia in ogni angolo, poveretti che chiedono la carità ogni cinque passi, odori di degrado, insicurezza. Incontrare il sorriso dell’altro è un evento da ricordare, sedersi in pace a godersi un po’ di sole, una rarità. Il tabaccaio all’angolo è gestito da cinesi che a malapena capiscono l’italiano, la latteria amica, quella che ti faceva credito fino alla fine del mese, non esiste più. E nemmeno l’edicola, il fruttivendolo, il salumiere… tutte persone che chiamavamo con un soprannome, tale era la consuetudine. La parlata milanese scomparsa..ora gli extracomunitari parlano ai telefonini con una lingua gutturale che esclude ogni comprensione..la bella strada larga e ordinata che segnava il centro del quartiere è un ammasso di buche, di macchine e di cestini stracolmi di immondezza. E anche il glicine che sorrideva a primavera è morto, dopo una lunga agonia e abbandono.

Un abbandono che, ormai, è il paradigma della mia vita e della mia città. Ed è anche per questo che mi sento sola, straniera nella mia Milano.”

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