Le piazze che raccontano la città

Milano

Milano 5 Settembre – Dare un’anima ad un luogo, nel rispetto dell’identità di quel luogo, in cui i residenti possano riconoscersi non è sempre facile. Le piazze raccontano la loro storia di luoghi non sempre felice. Proponiamo l’inchiesta puntuale di Paola D’Amico sul Corriere “Piazze riuscite e piazze incompiute, il viaggio nei quartieri ci racconta una storia che non ha sempre un lieto fine per i milanesi. Il faro per tutti è Gae Aulenti, attrattiva e viva. Ma nella realtà, anche spazi pubblici inaugurati di recente, non hanno centrato l’obiettivo. Un caso, emblematico, è piazza Gino Valle, al Portello, la più grande di Milano, dedicata al «padre» storico del progetto che non decolla. Né luogo di socialità né d’intrattenimento. Un caso sollevato a più riprese dal Municipio 8 il cui presidente Simone Zambelli precisa: «Perché non portare il cinema all’aperto o i concerti, qui dove non si disturbano i residenti?». È evidente che la prescelta piazza di domani, in questa fetta di città, è a Citylife, viva anche se ancora cantiere.

Piazza San Sepolcro – Il gioiello nascosto

Ci sono poi luoghi che i cittadini hanno trasformato in agorà, anche se la vocazione originaria era ben altra, come largo Mahler. Sarà la vicinanza con la Darsena, con l’auditorium, con i tanti negozi di corso San Gottardo. Altri spazi recuperano un ruolo del passato, come sottolinea Marco Cormio, consigliere del Municipio 4: «Piazza Santa Maria del Suffragio è tornata alla sua funzione con il recupero del Mercato Comunale chiuso da anni».

Resistono nella funzione di «agorà» piccole e spesso poco note piazze,Villapizzone tutta in ciottolato o quella minuscola intitolata a San Giovanni a Trenno. Ma anche nei vecchi borghi ci sono gioielli, spazi pubblici curati e carichi di storia, che nessuno frequenta, come Sant’Apollinare o piazza Anita Garibaldi a Baggio.

C’è poi un lungo elenco di piazze sfortunate: Bausan e Schiavone alla Bovisa, con le belle fontane senz’acqua che fanno tristezza. A Est, piazza Gabrio Rosa, al Corvetto. Esempio che un restyling non basta a dare un’anima ad un luogo. O piazza Ferrara, che rischia di diventare un ghetto. Un elenco dove trova posto il grande piazzale delle Torri al Gratosoglio. «Una piazza mancata», sottolinea l’ex presidente di zona 5 oggi consigliere comunale (Pd) Aldo Ugliano. Al centro del giardino c’è una spettacolare pista di skate board, una delle più belle d’Europa. «Doveva trasformarsi in piazzale dell’Allegria con una donazione della Fondazione Buongiorno — precisa —. Ma i fondi sono stati destinati ad un altro progetto. E piazza dell’Allegria è tramontata».

Il tema dello spazio pubblico urbano, della sua organizzazione, delle dinamiche sociali e delle popolazioni che lo attraversano e lo utilizzano, sviluppandovi appartenenza e identità, è un nodo fondamentale nella riflessione sul futuro delle città. Capire, attraverso studi e analisi empiriche sul campo, cosa avviene e come viene utilizzata dalle diverse popolazioni urbane la risorsa «spazio pubblico» diventa un passaggio imprescindibile.

Può accadere che lo spostamento di un’edicola cambi il destino di un luogo.Questo potrebbe essere il destino di piazza Minniti, all’Isola, non solo più spazio per il mercato ma nuovo centro della movida. «Non è detto che la vecchia idea della piazza, l’agorà, sia ancora attuale». Ezio Marra, professore di Sociologia Urbana all’Università Milano Bicocca, spiega che le piazze «come i musei hanno bisogno di marketing». Aggiunge che in molti luoghi «sono superate in attrazione dalle grandi vie commerciali», e che per salvare quel che c’è «occorrono cure robuste, ritagliate su misura per ogni luogo». Può non bastare un buon architetto, così un esperto di marketing, «se non si è capaci di dare un’anima a un luogo».

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