L’arresto in Libia di Al Fezzani, reclutatore di jihadisti in Italia, “radicalizzato” nelle moschee milanesi, non è solo una notizia

Esteri

Milano 19 Agosto – La notizia data da Repubblica “Le forze libiche di Zintan, alleate del generale Khalifa Haftar, che non riconosce e rivaleggia con il governo di “accordo nazionale” di Tripoli guidato da Fayez Serraj e sponsorizzato dalle Nazioni Unite, hanno catturato il tunisino Moez Ben Abdulgader Ben Ahmed Al Fezzani, conosciuto anche come Abu Nassim, segnalato dalla nostra polizia come vertice di una rete per il reclutamento di jihadisti per lo Stato Islamico in Italia e diventato uno dei leader del califfato in Libia.arresto in Libia di Al Fezzani

Lo riporta il sito Libya Herald. Fuggito da Sirte liberata dall’occupazione dell’Is nei giorni scorsi, Al Fezzani sarebbe stato fermato insieme ad altri miliziani tra le città libiche di Regdalin e al-Jmail, nell’ovest del Paese, presso il confine con la Tunisia dove, secondo quanto riferito dalle forze di Zintan, stava cercando di rientrare.”

Un arresto che conferma le ipotesi e le paure, che suggerisce prudenza e controlli a tappeto nelle Mosche abusive o falsamente vestite di cultura. Moez Al Fezzani è cresciuto nella “fede” a Milano, soprattutto nella Moschea abusiva di via Jenner, un jidhaista vicino di casa, potremmo dire. Scrive il Corriere “Ma chi è Moez Fezzani alias Abu Nassim? Prima di diventare uno dei colonnelli dell’Isis, Fezzani ha vissuto a lungo in Italia. Lo ha raccontato lui stesso negli interrogatori davanti al giudice milanese Guido Salvini al momento del suo rientro in Italia dalla prigione di Bagram in Afghanistan dove era stato catturato dagli americani. Fezzani è emigrato dalla Tunisia negli anni Ottanta. In realtà lui ha doppia nazionalità libica e tunisina, ma è nato a Tripoli. Dopo il suo arrivo in Italia inizia a lavorare come manovale e bracciante agricolo. Gira mezza Italia (sarà anche a Napoli) prima di rientrare a Milano. Poi raggiunge il fratello a Bolzano e qui, insieme a lui, viene coinvolto in una storia di piccolo spaccio. «Vendevo hashish, poi sono diventato un uomo pio», dirà Fezzani ai magistrati milanesi.

La sua «radicalizzazione» avviene frequentando le moschee milanesi di via Quaranta e viale Jenner. Qui entra in contatto con Anwar Shaaban, reclutatore di mujaheddin per la guerra in Bosnia. Fezzani partirà per il conflitto e dopo il passaggio in un campo di addestramento al jihad sarà un anno sul fronte. Al rientro a Milano, con i gradi del combattente, viene coinvolto in una cellula di tunisini vicini ad al Qaeda. Lascia il suo appartamento in via Paravia 84 nel quartiere multietnico di San Siro nel 1997. Pochi giorni dopo viene catturato a Peshawar in Pakistan per problemi con il visto del suo passaporto. Rilasciato dopo un mese, trova moglie e stabilisce la sua famiglia nel Paese. Qui secondo le accuse dei giudici diventerà il referente per il Pakistan della «cellula dei tunisini». É lui ad occuparsi dell’arrivo di combattenti diretti in Afghanistan.

Viene catturato dagli americani dopo l’11 settembre e rinchiuso a Bagram. Torna in Italia nel 2008 dopo molte polemiche. In primo grado viene assolto dalle accuse e il ministero dell’Interno decide per la sua espulsione immediata. La condanna in appello a 6 anni (poi diventata definitiva) arriverà quando Fezzani è già stato trasferito in Tunisia nel 2013. Ma il combattente Abu Nassim non si ferma. La sua lotta per il jihad continua con un primo passaggio in Siria per combattere con le truppe di al Nusra, movimento terroristico legato ad al Qaeda. Poi viene sedotto dal Califfo e passa all’Isis. Il suo scenario sarà proprio il conflitto libico. Qui diventa un comandante valoroso e uomo di fiducia di al Baghdadi di cui guiderà le truppe scelte.

Spietato e sanguinario, certamente affetto da problemi psichiatrici, nel giorno della sua espulsione durante il viaggio verso Malpensa Fezzani si era gettato dall’auto della polizia in corsa a 90 chilometri orari. Sopravvissuto, era riuscito a nascondersi a Varese prima di essere catturato pochi giorni dopo. Ai poliziotti che lo imbarcavano sull’aereo per Tunisi aveva detto «sentirete ancora parlare di me». Oggi, infatti, i servizi segreti di mezza Europa lo indicano come un personaggio chiave dello Stato islamico in Nord Africa. In Italia, da tempo si indaga sulla sua rete di contatti al Nord. Uomini che già gli avevano giurato fedeltà vent’anni fa e che oggi potrebbero a loro volta essere stati sedotti dall’ideologia dell’Isis. E Repubblica annota un altro aspetto inquietante “Secondo indiscrezioni, il nome di Al Fezzani figura anche nelle indagini sul sequestro dei quattro tecnici italiani della Bonatti, Gino Pollicardo, Filippo Calcagno, Salvatore Failla e Fausto Piano. Dopo otto mesi di prigionia, Failla e Piano erano morti a Sabratha durante uno scontro a fuoco in circostanze mai del tutto chiarite. A Sabratha Al Fezzani era la più alta figura di riferimento dell’Is, in un’area in cui per l’assenza di una autentica autorità statale all’epoca erano le bande armate a garantire la sicurezza degli impianti stranieri sul terreno. Un polverone in cui all’estremista tunisino sarebbe stato attribuito un controllo su simili commesse che avrebbe favorito la sua regia nel sequestro dei tecnici”.

Ma se la notizia è di estremo interesse, dovrebbe far riflettere chi ancora non vuol vedere o percepire i pericoli del permissivismo senza se e senza ma della sinistra al governo della città e del Paese.

Milano Post

 

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