Milano, torna a vedere dopo 15 anni grazie ad un occhio bionico

Scienza e Salute

Milano 13 Giugno – Nicola, 50 anni, centralinista in una grande multinazionale, da 15 anni viveva al buio per una grave forma di retinite pigmentosa che gli aveva tolto la vista. Ora ha ritrovato la luce, grazie all’impianto di una protesi epiretinica made in Usa – il cosiddetto ‘occhio bionico‘ della linea Argus* – eseguito all’ospedale San Paolo di Milano dall’équipe guidata daLuca Rossetti, direttore della Clinica oculistica della struttura e docente all’università Statale. In sala operatoria anche Fabio Patelli, Leonardo Colombo e Tommaso Nuzzo, che hanno concluso in appena 2 ore un intervento complesso, senza complicanze. “Quando ho illuminato i miei due bimbi e le persone a me più care la gioia è esplosa. Sono rinato a 50 anni, anche se so che il lavoro di riabilitazione è ancora lungo e faticoso”, dichiara il paziente.

L’intervento – spiegano dalla Statale – è stato possibile anche grazie alla donazione dell’impianto da parte dell’Associazione Retinitis Onlus e al suo presidente Gaetano Savaresi, che da sempre supporta la Clinica oculistica del San Paolo. La protesi epiretinica di invenzione californiana ridona la luce a pazienti diventati ciechi a causa della retinite pigmentosa, permettendo di riconoscere sagome con una visione di luce in scala di grigi, dettata dall’attivazione di 60 pixel che compongono un chip appoggiato in sede maculare vicino al nervo ottico.

Secondo quanto descritto da Second Sight, l’azienda che commercializza Argus, il sistema sfrutta la stimolazione elettrica per bypassare le cellule morte della retina e ‘risvegliare’ quelle ancora vitali, inducendo una percezione visiva in persone con grave o profonda degenerazione retinica esterna. La tecnologia funziona convertendo le immagini catturate da una videocamera in miniatura montata su occhiali indossati dal paziente in una serie di piccoli impulsi elettrici, che vengono trasmessi in modalità wireless a una matrice di elettrodi impiantati sulla superficie della retina. Input che stimolano le cellule funzionanti, producendo la percezione di modelli di luce nel cervello. A 30 giorni dall’intervento, dopo un delicato processo di attivazione del segnale e di regolazione di ogni singolo elettrodo, calzando l’occhiale con fotocamera e antenna Nicola ha potuto ricevere impulsi luminosi trasmessi all’interno dell’occhio e inviati sfruttando il nervo ottico.

“Il nostro obiettivo – sottolinea Rossetti – era cercare di ottimizzare l’immagine catturata dalla telecamera dando al paziente la possibilità di svolgere anche alcune mansioni di lettura breve come scadenze, titoli di testi, autonomia esterna e interna. I risultati ottenuti sono ottimi: Nicola ha riconosciuto le figure degli istruttori e ha autonomia nel muoversi in ambienti sconosciuti, evitando porte chiuse e, ad esempio, sedendosi nello spazio libero di una panchina parzialmente occupata”.

Dopo un attento screening su oltre 2 mila pazienti in cura presso la Clinica oculistica del San Paolo, 3 sono risultati idonei all’intervento. La loro valutazione rappresenta una vera e propria ‘presa in carico’ – sottolineano dall’ateneo di via Festa del Perdono – nella quale vengono esaminate dal Low Vision Team le caratteristiche anatomo-funzionali, motivazionali, psicologiche e la necessità espressa dal paziente soprattutto in termini di aspettative. Attese che, parlando di ‘occhio bionico’, per una persona non vedente sono comprensibilmente altissime.

Nicola è stato il primo a ritrovare la luce al San Paolo. Questa luce però va ‘organizzata’ e Paolo Ferri, responsabile del Centro di ipovisione e riabilitazione visiva dell’ospedale dell’Asst Santi Paolo e Carlo ha iniziato un percorso di educazione visiva post-impianto insieme agli esperti di Retinitis. Un iter pensato proprio per esaltare le caratteristiche espresse dal device, e permettere al paziente di imparare a utilizzare la telecamera e a visualizzare strisce e figure più complesse (cerchi e quadrati), fino a poter leggere brevi parole. La rieducazione visiva comporta sedute nel Centro, soprattutto per valutare i progressi che il paziente raggiunge seguendo anche un percorso a domicilio attraverso un pc che contiene il programma riabilitativo ad hoc. (Adnkronos)

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