Le storie di povertà del Brefotrofio di viale Piceno vanno salvate, perché sono pezzi di vita

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Milano 6 Dicembre – Storie di una Milano povera, anzi poverissima, storie di bambini abbandonati al Brefotrofio di viale Piceno: un archivio di quintali di carta ingiallita dal tempo, memoria di vite, di dolore, di miseria. Uno spaccato di una Milano poco conosciuta che è ancora viva in chi cerca le proprie radici, in chi non vuole dimenticare le proprie origini. Ed è un archivio che le suore di Viboldone hanno restaurato con cura, ma la sua sopravvivenza è a rischio, per la mancanza di risorse e per quell’intreccio perverso di competenze che l’abolizione delle province ha creato. Una legge affrettata, nello stile di Renzi, che non pensa alle ricadute, che fa pur di fare qualcosa. Riferisce Luca Fazzo, autore del reportage  su Il Giornale, che La Città Metropolitana ha promesso “Serviranno risorse e buona volontà, ma la storia del Brefotrofio di viale Piceno resterà viva e accessibile. Alle sue porte potranno continuare a bussare, cercando brandelli delle proprie origini, i discendenti delle migliaia di piccoli milanesi abbandonati: esposti, si diceva allora con termine un po’ crudo; ma anche chi vorrà raccontare le tante vicende umane e sociali che i novecento registri e le settemila buste dell’archivio raccontano. Sono storie di bambini che da qua spiccarono voli importanti: come Anna Adelmi, la maestrina socialista che a cavallo della Grande Guerra diventò la prima giornalista politica italiana. Bisogna fare caso al suo nome: le due iniziali uguali, A.A., che dopo l’abbandono del cognome unico viale-piceno-interno«Colombo» diventarono il marchio dei bambini consegnati al Brefotrofio. Parallelamente a quella dei bambini, i registri raccontano un’altra grande storia: il mondo delle balie, le ragazze che il Brefotrofio arruolava per allattare i piccoli ospiti, sia nel breve periodo che trascorrevano in viale Piceno, sia nelle famiglie cui l’ente li affidava. In tutte le province lombarde il lavoro di balia fu per tutto l’Ottocento e parte del Novecento una risorsa economica importante, al punto che il governo austriaco, per risollevare l’economia depressa della Valtellina, ordinò che almeno cinquecento bambini ogni anno vi venissero destinati dal Brefotrofio. Ma l’accoglienza e il trattamento che vi ricevevano era tale che la mortalità infantile – già alta – raggiunse picchi impressionanti: mentre rinomate, e contese tra i brefotrofi di Milano e di Como, erano le balie della provincia di Varese, delle piccole cascine della «campagna asciutta» dove (a differenza che nelle campagne irrigue della Lombardia meridionale, e delle sue enormi cascine popolate da braccianti senza prospettive) i bambini trovavano un ambiente relativamente salubre. Divenivano membri a pieno titolo della famiglia, e spesso insieme alla famiglia partivano verso l’avventura dell’emigrazione oltre Oceano: e questo fa sì che ancora oggi dalle Americhe arrivino in viale Piceno richieste di discendenti – reali o presunti – di piccoli «esposti», alla ricerca delle prove della origine italiane che consentirebbe loro di ottenere la cittadinanza.Sono storie numericamente assai maggiori di quelle, ben più raccontate e celebrate, dei Martinitt e delle Stelline. Mentre i due orfanotrofi non accoglievano che alcune decine di bambini all’anno, al Brefotrofio approdavano ogni anno fino a millecinquecento bambini. Prima nella vecchia sede voluta da Maria Teresa dove oggi, all’angolo tra via Francesco Sforza e via San Barnaba, si trova il pronto soccorso del Policlinico; poi nella nuova, grande sede realizzata nel 1912 sui prati e soprattutto sulle marcite – e infatti la zona veniva chiamata Acqua Bella – dove tutt’ora si trova, a ridosso di piazzale Dateo (scelta toponomastica non casuale: l’arciprete Dateo era stato l’istitutore, nel 787, del primo Brefotrofio), collegata da un passaggio sotterraneo alla clinica per la maternità di via Macedonio Melloni: da cui i piccoli venivano trasportati direttamente dopo il parto, quando la madre comunicava la propria impossibilità a tenerli con sè. Non era un diritto senza vincoli: a poter affidare i bambini al Brefotrofio erano solo donne singole e famiglie cui il parroco avesse stilato la «fede di povertà».

picenoE il legame tra madre e bambino non si spezzava mai del tutto: all’atto della consegna, al certificato d’accoglienza veniva allegata una sorta di contromarca, un segno distintivo che sarebbe poi stato utilizzato per recuperare il bambino se e quando la famiglia d’origine avesse avuto i mezzi per farlo. Nell’archivio che oggi ci si batte per salvare, questi piccoli simboli sono ancora visibili e custoditi. Poesie tagliate a metà, cuoricini ricamate, immagini sacre. Ma a venire riscattati, poi, erano una minoranza; anzi era frequente il caso che la stessa madre arrivasse a portare un altro figlio, e nei registri ci sono casi in cui venire abbandonati sono uno dopo l’altro quattro o cinque fratelli: anche perché non allattando i figli, le madre tornavano subito fertili, pronte per una nuova gravidanza ma alle prese con i medesimi problemi di miseria. Erano i figli di quelli che veniva definito con umanitarismo un po’ peloso «l’ottimo popolo operaio». Poi con la legge sull’aborto e un’Italia finalmente risorta anche economicamente, il flusso dei bambini abbandonati si è interrotto e nel 1964, il Brefotrofio è stato chiuso. Ma ricordare e salvare quelle storie è un dovere sociale, perché sono pezzi di vita vera, frammenti di una storia che appartiene a tutti noi.

9 thoughts on “Le storie di povertà del Brefotrofio di viale Piceno vanno salvate, perché sono pezzi di vita

  1. Ciao io sono nata all’ospedale riuniti di Bergamo e fino all’età di 15 mesi sono stata brefotrofio di Bergamo sono nata alle ore 23,00 pesavo 3,500 non riconosciuta nome Angela Maria cognome fittizio Medotti

  2. sono la figlia di una donna ormai ottantaquattrenne che e’nata proprio a Milano alla clinica Mangiagalli ed e ‘stata portata al brefotrofio dopo 6 giorni dalla nascita, nel 1934. Sono pienamente d’accordo con l’articolo per mantenere questi pezzi di storia che fanno parte del passato di tantissimi uomini e donne. Il cognome fittizio di mia mamma era Viveni nome Savina.

  3. C’è qualcuno che si ricorda di una donna che ha partorito a maggio 1960 all ospedale di Lodi una bimba che poi è stata portata al befatrofio di via Ascoli Piceno a milano …grazie

  4. Qualcuno sa se posso andare direttamente al Brefotrofio a cercare nei archivi corrispondenti nel anno 1911 .di cui mio papà e stato abbandonato x sapere le sue radici …a distanza piu di 100 anni fa ‘ . .grazie in attesa

  5. Vorrei sapere qualche notizia sulle origini di mio papà nato 31 .05 .1911 e lasciato al brefotrofio di Milano in via francesco sforza …Nattini Giulio …son passati più di 100 …vorrei notizie sulle origini chi fosse la madre ….e se è possibile visitare direttamente i archivi ..Marisa Nattini

  6. Buongiorno,
    mia nonna è nata il 25 aprile 1920 nome Dorati Ornella, cosa devo fare accedere agli archivi, grazie a chi mi risponderà

  7. sono nata li il 06-01-1952 mia madre bertolotti elide velina vorrei più notizie se e possibile. grazie.

  8. Mi chiamo Antonio , sono nato nel 1954 ,esattamente il 31/08/1954 all’ospedale Macedonio Melloni di Milano , dopo una settimana mi hanno trasferito in soggiorno obbligato per 10 mesi al brefotrofio adiacente a quell’epoca , di Viale Piceno , ho scoperto che mia madre aveva 14 anni ,e che hanno firmato i miei nonni per abbandonarmi , cognome fittizio affibbiatomi era Leriovi , ora mi il mio cognome e’ Lanza , cognome datomi da mio padre adottivo , se qualcuno conosce la mia storia ,sarei felice di sapere qualcosa in piu’ di quello che gia’ so’ …grazie

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