Quella indecenza che il governo non vuole vedere

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Milano 7 Ottobre – Mettiamola così. Un magistrato-bandiera come Raffaele Cantone, che il governo issa ogni due per tre al solo scopo di rivendicare la sua assoluta dirittura morale, afferma: “Il Consiglio superiore della magistratura è ormai un centro di potere di cui si fa fatica ad accettare il ruolo (…) Le correnti sono diventate un cancro della magistratura (…) Le correnti hanno rappresentato e rappresentano oggi un vero e proprio sistema che per certi versi è peggiore della politica: perché sono uno strumento indispensabile per fare carriera”.

Le parole dette da Cantone e ignorate dal governo sollevano problemi di  una gravità assoluta, perché innanzitutto segnalano una profonda lesione della Costituzione. Infatti, mentre la Carta prevede espressamente l’esistenza dei partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (articolo 49), nulla dice delle correnti dei giudici. Anzi. In più articoli ricorre piuttosto la parola “indipendenza” accostata ai magistrati, proprio a sottolineare la sacralità di una funzione che non dovrebbe obbedire ad alcun condizionamento.

Invece accade che la magistratura sia divisa alla luce del sole in fazioni in lotta tra loro, che la totalità delle promozioni – dalla Procura meno celebrata sui giornali ai vertici della Cassazione – sia decisa sulla base di logiche di spartizione e accordi tra le correnti.

Questi gruppi di potere hanno perfino la sfacciataggine di darsi nomi nobili tipo “Autonomia e indipendenza”, “Magistratura democratica”, “Magistratura indipendente”, “Unità per la Costituzione” oppure meno prosaicamente “Proposta b” o “Area”. Le correnti rappresentano la maggioranza nel Consiglio superiore della magistratura (16 membri su 27) ed è lì che stringono alleanze su ogni singola promozione. Spiace dirlo, ma la verità è che si va avanti solo perché si è amici degli amici con buona pace del criterio imposto dal merito.

Questo indecente mercato delle vacche è stato perfettamente fotografato il 27 settembre da Repubblica con un titolo illuminante: “Csm, guerra tra correnti per le nuove nomine”. E sono nomine delicatissime a Milano, Firenze, Catania, Caltanissetta solo per citare alcuni uffici giudiziari coinvolti.

Tanta è la protervia di questi signorotti che al vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, è stata attribuita questa frase: “Se non la smettete con i vostri equilibri correntizi mi metto a votare anche io e ve li mando all’aria”. Di fronte a questo scenario avvilente dove l’unico requisito per far carriera è l’appartenenza, viene coinvolto, suo malgrado, perfino il capo dello Stato in quanto presidente del Csm e vittima di questa “corte”.

È lui il primo a subire gli effetti di un’umiliazione costante del dettato costituzionale. E allora non vi pare sia urgente e improrogabile intervenire? Non dovrebbe il governo procedere a razzo sulla riforma della giustizia, tema che riguarda la vita di tutti ed è davvero determinante anche per gli imprenditori italiani e i tanto invocati investitori stranieri? Macché, sforzi e battaglie si concentrano sull’inutile riforma del Senato. La giustizia può attendere.

Giorgio Mulè (Panorama)

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