Einaudi e la “fiducia” come valore condiviso dal Paese

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Milano 2 Ottobre – Riproduciamo di seguito il resoconto dell’intervento di Luigi Einaudi (II sottocommissione della Costituente, 8 gennaio 1947) e della replica di Costantino Mortati su come regolare la fiducia al governo.

Osserva quindi che altra premessa che si pone alla necessità di una votazione solenne di fiducia o di sfiducia al governo, è la fiducia nei programmi invece che nei capi. Ora, i programmi possono essere formulati da chiunque, e non si distinguono mai l’uno dall’altro: badando ad essi non si costruisce niente. Se v’è una costruzione solida, essa dipende dalle persone che rappresentano il programma e vogliono attuarlo. Figurarsi che soltanto con una votazione fatta su un programma si possa assicurare stabilità al governo, è figurarsi qualcosa che può stare sulla carta, ma che non ha alcun rapporto con la realtà.

Luigi Einaudi

Una è quella alla quale egli ha accennato, che deriva dal mutamento dello spirito pubblico e dalla modificazione della situazione politica del Paese. Su questa, evidentemente, non c’è niente da fare. È stata prevista l’esistenza di un Capo dello Stato che ha la funzione peculiare di accertare quando questi mutamenti dello spirito pubblico si verifichino, ed appunto al suo intervento è affidato il mutamento del governo e comunque le decisioni che devono servire a mantenere omogeneo lo spirito pubblico con l’azione di governo. Ma vi è anche l’instabilità provocata da una serie di crisi che non trovano fondamento nel Paese, il quale non solo non le approva, ma ne è estraneo e le critica. Tutti sanno che queste crisi sono determinate da situazioni particolari che si verificano nei parlamenti, dove manca quella composizione che può assicurare la stabilità di un governo; crisi provocate da manovre di partiti che hanno interesse a rovesciare il governo in certi momenti, e che non sono sentite nel Paese. Contro questo genere di crisi sono dirette le disposizioni legislative da lui progettate.

Si può dubitare, come ha fatto l’onorevole Einaudi, dell’efficacia di tali espedienti legislativi, ma essi si affidano all’influenza della Costituzione sul costume. Se questa influenza dovesse essere scarsa, sarebbe inutile fare una Costituzione e basterebbe affidarsi agli usi.

Costantino Mortati

Tra Luigi Einaudi e Costantino Mortati, in questo particolarissimo dibattito sul problema di come regolare la fiducia al governo nei giorni della costituente, propendo per il primo: «Se v’è una costruzione solida, essa dipende dalle persone che rappresentano il programma e vogliono attuarlo più che da un voto di fiducia». Perché un governo sia stabile e produca effetti duraturi con la sua azione è necessario il consenso parlamentare, ma sono decisivi la qualità degli uomini, il senso della missione, il gioco di squadra e la determinazione che mettono nella fase più delicata di questa missione e, cioè, quella dell’attuazione. Mortati difende lo strumento della fiducia contro «le crisi provocate da manovre dei partiti che non sono sentite nel Paese» e sottolinea i rischi di un qualcosa che si è poi materializzato nelle fasi peggiori della seconda parte della prima repubblica e, in modo diverso, anche in momenti particolari delle stagioni successive. Le sue parole ci consegnano il tratto di lungimiranza, non solo politica, che i padri costituenti rivelano nel loro modo di ragionare e confrontarsi, nulla è banale, tutto tradisce passione e ponderazione, il peso attribuito alla Costituzione e alla sua capacità di influire sul costume e sugli usi degli italiani. Ritengo, tuttavia, che la “fame” e la tensione ideale dei governi del Dopoguerra e della prima ricostruzione siano la misura di quanto contino il carisma delle persone, le capacità tecniche, il desiderio di fare, quel «lavorare in profondità» tanto caro a De Gasperi, dove gli uomini e le parole si pesano e la molla che unisce tutto e tutti è un’irresistibile voglia di cambiare il proprio Paese, rialzare la testa dalle macerie della guerra e mettere le basi del successivo miracolo economico e del primato della ricerca. L’esperienza insegna che con i voti di fiducia si può galleggiare più o meno a lungo e portare a casa qualche buon risultato, ma difficilmente si cambia in profondità, perché ciò avvenga deve scattare la scintilla, si chiama fiducia non voto di fiducia, qualcosa che parte dalla politica e dalla sua reale capacità riformatrice ma si cementa nel cuore profondo del Paese, ne raddoppia le energie e diventa un valore condiviso. Ci sono segnali buoni da cogliere, guai a sottovalutarli, a patto che sia chiara una cosa: oggi come ieri scorciatoie non esistono e, di certo, non servirebbero.

Roberto Napoletano (Il Sole 24 Ore)

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