Jobs Act: lavoratori sotto controllo su computer e telefonini

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Milano 19 Giugno – Un altro tassello dello Statuto dei lavoratori è stato smantellato. L’articolo 4 che vieta l’utilizzo degli strumenti aziendali per controllare i dipendenti, è stato abolito. Questo significa che l’azienda potrà controllare computer, tablet, smartphone e badge utilizzati per l’attività lavorativa e se emerge un uso distorto di questi strumenti, cioè non a fini lavorativi, potrà prendere provvedimenti disciplinari. È quanto prevede il decreto attuativo del Jobs Act, varato dallo scorso consiglio di ministri e ieri spiegato dalla relazione illustrativa che accompagna il dlgs. Viene precisato che «non sono necessari nè l’accordo sindacale nè l’autorizzazione ministeriale per l’assegnazione ai lavoratori degli strumenti utilizzati per rendere la prestazione lavorativa, anche se è prevista la possibilità di un controllo a distanza del lavoratore».

L’art.4 dello Statuto invece vieta l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature «per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori», mentre consente l’installazione di «impianti e apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori» solo dopo un accordo con le rappresentanze sindacali.

Con le nuove norme il governo vincola al via libera dei sindacati o all’autorizzazione ministeriale solo l’inserimento in azienda di impianti audio e video.

Il governo nella relazione al decreto sostiene che non deve «chiedere il permesso ai rappresentanti di lavoratori per dotarli di strumenti di lavoro» anche se questi, poi possono essere utilizzati per controllare la loro efficienza.

Ma per la Cgil si tratta di un attacco alla privacy e promette battaglia in Parlamento e il coinvolgimento del Garante per la privacy.

Con lo stesso decreto legislativo vengono introdotte una serie di modifiche alla disciplina delle sanzioni per il lavoro nero stabilendo delle fasce. Si va da 1.500 a euro fino a 36.000 euro per lavoratore irregolare. Viene poi modificato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, prevedendo un arrotondamento delle somme da versare per la revoca del provvedimento. Per consentire «una più immediata ripresa dell’attività imprenditoriale» si prevede che la revoca è concessa subordinatamente al pagamento del venticinque per cento della somma aggiuntiva dovuta.

Laura Della Pasqua (Il Tempo)

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