Per decenni la Groenlandia è sembrata una periferia remota del continente europeo. Oggi è uno dei luoghi in cui si incontrano sicurezza, risorse, cambiamento climatico e rivalità tra potenze. Su un’isola di appena 57 mila abitanti si gioca una parte crescente del futuro geopolitico dell’Artico.
Il 7 settembre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato a Nuuk un pacchetto di investimenti da 200 milioni di euro per il biennio 2026-2027. Le risorse saranno destinate a connettività digitale e satellitare, energia rinnovabile, materie prime critiche, istruzione, pesca, edilizia e turismo sostenibile. L’accordo, firmato con il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen e con la premier danese Mette Frederiksen, amplia una cooperazione finora concentrata soprattutto sull’istruzione e sui diritti di pesca.
La Groenlandia non fa parte dell’Unione europea. Territorio autonomo del Regno di Danimarca, lasciò l’allora Comunità economica europea nel 1985, ma resta associata all’UE e i suoi abitanti, in quanto cittadini danesi, possiedono la cittadinanza europea. Nel 2024 Bruxelles ha inoltre aperto un ufficio permanente a Nuuk, segnale di un rapporto che sta assumendo una dimensione sempre più politica.
A rendere l’isola strategica è innanzitutto la sua posizione. Lo scioglimento dei ghiacci sta modificando l’accessibilità delle rotte marittime e delle risorse dell’Artico, aumentando allo stesso tempo i rischi ambientali e le esigenze di sicurezza. Russia, Stati Uniti e Cina osservano la regione da prospettive diverse, mentre l’Europa cerca di evitare che il proprio estremo Nord diventi uno spazio regolato esclusivamente dalle scelte altrui.
Il dossier più rilevante riguarda le materie prime. Secondo la Commissione, in Groenlandia sono presenti 25 delle 34 risorse considerate critiche dall’UE, indispensabili per batterie, turbine eoliche, semiconduttori e tecnologie militari. La loro lavorazione e raffinazione sono oggi largamente concentrate in Cina, che ha già introdotto restrizioni all’esportazione di alcuni materiali strategici. Per Bruxelles, fortemente dipendente dalle importazioni, diversificare gli approvvigionamenti è diventato un obiettivo di sicurezza economica prima ancora che industriale.
La presenza dei minerali non garantisce però una loro rapida estrazione. Costi elevati, infrastrutture limitate, condizioni climatiche estreme e tutela di un ecosistema fragile rendono ogni progetto complesso. A questi ostacoli si aggiunge una questione politica decisiva: la popolazione groenlandese rivendica il diritto di stabilire tempi e condizioni dello sviluppo, senza sostituire una dipendenza esterna con un’altra.
L’iniziativa europea arriva dopo le ripetute dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla necessità di portare la Groenlandia sotto il controllo degli Stati Uniti. Washington considera l’isola essenziale per la difesa del Nord America e 1 dispone già della base spaziale di Pituffik, fondamentale per l’allarme missilistico e la sorveglianza dell’Artico. Le richieste americane hanno incontrato il rifiuto tanto di Nuuk quanto di Copenaghen, creando tensioni tra alleati della NATO.
La visita di von der Leyen assume così un significato che supera il valore economico dell’accordo. Affermare che il futuro della Groenlandia spetta ai groenlandesi e alla Danimarca significa ribadire sovranità e integrità territoriale, ma anche dichiarare che l’Unione intende partecipare alla definizione degli equilibri artici. La Commissione ha già proposto di portare il sostegno destinato all’isola a 530 milioni di euro nel bilancio europeo 2028-2034 e prepara una nuova strategia per la regione.
La sfida sarà trasformare gli stanziamenti in una presenza credibile. L’UE dispone di risorse finanziarie, programmi di ricerca, tecnologie satellitari e capacità normativa, ma non possiede ancora nell’Artico il peso strategico degli Stati Uniti né la presenza militare della Russia. Per ridurre questa distanza dovrà coordinarsi con la NATO e con i Paesi nordici, senza trattare la Groenlandia come un deposito di minerali o una pedina nella competizione tra potenze.
I 200 milioni annunciati a Nuuk non trasformano da soli l’Europa in una potenza artica. Segnalano però un cambiamento: Bruxelles ha compreso che la propria autonomia strategica si costruisce anche nelle regioni che per anni ha considerato periferiche. In Groenlandia l’Unione non investe soltanto in energia, connessioni e materie prime. Investe nella possibilità di non restare spettatrice mentre nell’Artico si ridisegnano gli equilibri del mondo.
Francesca Pierri
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