Per anni l’Ungheria è stata la porta rimasta aperta a Mosca dentro l’Unione europea. Ora Budapest ha espulso dieci diplomatici russi e il Cremlino promette una risposta. Non è ancora una rottura, ma è il segnale più netto di quanto sia cambiata la posizione ungherese dopo la fine dell’era Orbán.
Il governo del primo ministro Péter Magyar ha ordinato l’espulsione l’8 settembre, accusando i funzionari di avere svolto attività incompatibili con il loro status diplomatico, secondo la formula prevista dalla Convenzione di Vienna. È la prima iniziativa pubblica di questo tipo adottata dall’Ungheria contro rappresentanti russi dal 2018. Mosca ha annunciato contromisure e la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha promesso una risposta «dura e dolorosa». Il Cremlino ha tuttavia precisato il giorno successivo di voler preservare i rapporti bilaterali.
Il valore politico del provvedimento supera il numero dei diplomatici coinvolti. Per sedici anni Viktor Orbán aveva costruito con Vladimir Putin una relazione privilegiata, mantenendo aperto il dialogo con il Cremlino anche dopo l’invasione dell’Ucraina. Budapest aveva ampliato la cooperazione energetica con Mosca, dalla dipendenza dal gas russo al progetto per l’espansione della centrale nucleare di Paks, affidato alla società statale Rosatom. Aveva inoltre contestato le sanzioni europee, rallentato decisioni comuni e bloccato un prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kyiv, trasformando il proprio diritto di veto in uno strumento di pressione sui partner.
Le elezioni del 12 aprile hanno interrotto questo equilibrio. La vittoria del partito Tisza di Magyar ha aperto una fase fondata sul riavvicinamento all’UE e alla NATO, sul ripristino dello Stato di diritto e sul tentativo di ottenere lo sblocco dei fondi europei congelati durante il governo precedente. L’espulsione indica che il cambiamento riguarda anche la percezione della Russia come possibile minaccia alla sicurezza nazionale ed europea.
Il timore non è nuovo. Già nel 2022 un’inchiesta del centro ungherese Direkt36 aveva ricondotto a gruppi legati all’FSB e al GRU una lunga campagna di infiltrazione nei sistemi informatici del ministero degli Esteri. Secondo i documenti raccolti, entro il 2021 gli autori degli attacchi avevano compromesso anche reti utilizzate per comunicazioni diplomatiche riservate, senza provocare allora una crisi aperta con Mosca.
La svolta, tuttavia, non deve essere confusa con un completo riallineamento. L’Ungheria conserva una forte dipendenza energetica dalla Russia e il nuovo governo non intende interrompere ogni forma di cooperazione. La ministra degli Esteri Anita Orbán ha ribadito che Mosca resterà un interlocutore, pur sostenendo la necessità di superare una relazione fondata su dipendenze unilaterali. Modificare forniture, infrastrutture e contratti costruiti nel corso di decenni richiederà più tempo di una decisione diplomatica.
Anche sul rapporto con l’Ucraina la distanza dal passato è meno netta di quanto potrebbe apparire. Magyar non condivide l’ostilità del precedente governo, ma resta contrario a un ingresso accelerato di Kyiv nell’Unione e lega il miglioramento delle relazioni alla tutela della minoranza ungherese in Transcarpazia. Budapest potrà dunque diventare un partner più prevedibile senza rinunciare a difendere interessi nazionali specifici.
Per l’Unione europea questa distinzione è decisiva. In politica estera molte decisioni richiedono ancora l’unanimità, consentendo anche a un solo governo di ritardare sanzioni, aiuti finanziari o dichiarazioni comuni. Durante l’era Orbán questa regola ha permesso all’Ungheria di condizionare più volte la risposta europea alla guerra. Un esecutivo maggiormente disposto al compromesso può rendere l’UE più rapida e coesa, anche senza aderire automaticamente a ogni posizione di Bruxelles.
Il gesto assume inoltre un significato particolare mentre diversi Paesi europei denunciano operazioni russe di spionaggio, sabotaggio e disinformazione. Espellere dieci diplomatici significa collocare l’Ungheria all’interno di una risposta di sicurezza condivisa e ridurre lo spazio di ambiguità che aveva distinto Budapest dagli altri membri dell’Unione e della NATO.
La vera svolta non consiste nel sostituire la dipendenza da Mosca con quella da Bruxelles, ma nel restituire all’Ungheria un margine di scelta che negli ultimi anni si era progressivamente ristretto. Se Budapest trasformerà questo primo segnale in una politica coerente, l’Unione non avrà soltanto ritrovato un partner più affidabile: avrà rimosso uno dei principali ostacoli alla propria capacità di agire.
Francesca Pierri
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