Il voto che incrina il muro tedesco: l’AfD vince e sposta l’Europa

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Domenica scorsa la Germania ha oltrepassato una soglia politica che per decenni era apparsa invalicabile. In Sassonia-Anhalt, Land orientale di poco più di due milioni di abitanti, Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, quasi raddoppiando il risultato del 2021. La domanda che attraversa oggi Berlino e Bruxelles non è più se l’AfD possa vincere, ma se vincere significhi ormai anche poter governare.
Il voto del 6 settembre ha consegnato al partito 39 degli 83 seggi del Landtag, appena tre in meno della maggioranza assoluta. La CDU del cancelliere Friedrich Merz si è fermata al 17,2 per cento, subendo una sconfitta che scuote la credibilità del governo federale. Il risultato supera così i confini di uno dei Länder meno popolosi del Paese e assume una rilevanza nazionale.
Il consenso dell’AfD resta particolarmente forte nell’Est, dove il declino demografico, le difficoltà economiche e la sensazione di essere rimasti ai margini della riunificazione alimentano una distanza profonda dalle istituzioni. Immigrazione e sicurezza hanno pesato, ma non spiegano tutto. Nel voto confluiscono anche il timore per la competitività industriale, il costo della transizione ecologica e la sfiducia verso i partiti tradizionali.
La vittoria, tuttavia, non garantisce l’accesso al governo. Gli altri partiti continuano a difendere la Brandmauer, il cosiddetto muro tagliafuoco che esclude ogni collaborazione con una formazione classificata come estremista di destra dall’intelligence regionale. Il sistema tedesco si trova così davanti a un paradosso: una forza politica può diventare di gran lunga la prima nelle urne e restare isolata nelle istituzioni.
Più cresce il consenso dell’AfD, più ampie e meno omogenee devono diventare le coalizioni costruite per escluderla. La barriera può impedirle di governare, ma non risolve le cause della sua avanzata. Alleanze percepite come puramente difensive rischiano anzi di rafforzare la narrazione di un sistema unito contro una parte consistente dell’elettorato, mettendo in tensione governabilità e rappresentanza.
Il caso tedesco si inserisce in uno spostamento verso destra visibile in diversi Paesi europei, ma parlare di un’unica avanzata sarebbe fuorviante. Conservatori, nazionalisti e destre radicali hanno posizioni differenti sull’integrazione europea, sulla NATO e sul sostegno all’Ucraina. L’AfD appartiene all’area più apertamente conflittuale verso Bruxelles e si distingue anche per le sue posizioni favorevoli a un riavvicinamento con Mosca.
Esiste però un effetto comune. Anche dove queste forze non governano, la loro crescita modifica l’agenda dei partiti tradizionali. Le politiche migratorie diventano più restrittive, la transizione ecologica viene riletta alla luce dei suoi costi, mentre sicurezza e sovranità nazionale tornano al centro del dibattito. Lo spostamento a destra dell’Europa non si misura quindi soltanto nei governi conquistati, ma anche nelle priorità che gli altri partiti sono costretti a discutere.

Per l’Unione le conseguenze potrebbero emergere nei dossier che richiedono accordi tra governi, dall’immigrazione alla difesa comune, dal bilancio alla politica verso Ucraina e Russia. La Germania ha un ruolo decisivo su ciascuno di questi tavoli: un cambiamento delle sue priorità interne finisce inevitabilmente per modificare anche gli equilibri europei. Per l’Italia, dunque, non si tratta di osservare una vicenda esclusivamente tedesca.

La Sassonia-Anhalt non anticipa necessariamente il futuro della Germania, né quello del continente. Segnala però che il semplice isolamento delle forze radicali non basta più a contenerne il consenso. Il futuro politico dell’Europa non sarà deciso soltanto da quanto cresceranno le destre, ma dalla capacità dei governi di rispondere alle ragioni che le rendono competitive. Il voto tedesco non consegna ancora una sentenza, ma rivolge all’Europa una domanda che nessuno può più permettersi di ignorare.

 

Francesca Pierri

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