Il caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva per aver ucciso due rapinatori in fuga dopo una rapina nel suo negozio, continua a dividere profondamente l’opinione pubblica; c’è chi lo considera una vittima dello Stato, esasperata da anni di paura e criminalità, e chi invece ritiene che nessuna esasperazione possa giustificare l’uso della forza quando il pericolo è ormai cessato.
È una vicenda che suscita emozioni forti, e proprio per questo merita di essere affrontata senza slogan e senza tifoserie; perché, in fondo, la domanda che pone riguarda tutti noi: che idea di giustizia vogliamo per il nostro Paese?
Nessuno può ignorare ciò che aveva vissuto Roggero, un commerciante che aveva già subito rapine, e costretto a lavorare con il timore costante di essere nuovamente aggredito.
È quindi più che comprensibile immaginare lo stato di tensione e di paura accumulato negli anni; ed è altrettanto comprensibile che molti cittadini si identifichino con quella sensazione di abbandono che, troppo spesso, commercianti e imprenditori denunciano quando chiedono maggiore sicurezza.
Comprendere, tuttavia, non significa giustificare tout-court; i giudici di tre diversi gradi di giudizio hanno ricostruito i fatti arrivando alla stessa conclusione: quando Roggero sparò, i rapinatori stavano fuggendo, e il pericolo immediato era cessato.
Per questo motivo, la legittima difesa non è stata riconosciuta, e la condanna è stata successivamente confermata anche dalla Corte di Cassazione.
È una sentenza che può essere discussa, come tutte le decisioni della magistratura, ma in uno Stato di diritto le sentenze definitive si rispettano; se ogni decisione dei giudici diventasse accettabile solo quando coincide con il sentimento popolare, il rischio sarebbe quello di mettere in discussione le basi stesse della giustizia.
Vale anche la pena ricordare che la disciplina della legittima difesa non è una particolarità italiana; nella maggior parte degli ordinamenti europei, come Francia, Germania e Regno Unito, pur con differenze significative, così come in molti altri Paesi democratici, il principio resta sostanzialmente lo stesso: la reazione deve essere proporzionata a un pericolo attuale e concreto.
Quando l’aggressione è terminata e l’autore è ormai in fuga, la difesa tende a trasformarsi, sul piano giuridico, in un comportamento non più giustificato; fa eccezione il modello statunitense, dove in molti Stati la cosiddetta “Castle Doctrine” riconosce una tutela molto più ampia a chi reagisce all’interno della propria abitazione, o della propria attività.
In questi giorni si è parlato anche della richiesta di grazia rivolta al Presidente della Repubblica; la grazia è uno strumento eccezionale, previsto dalla Costituzione, che rappresenta un atto di clemenza e non un nuovo processo. Ma proprio perché è eccezionale, richiede una valutazione attenta di molteplici elementi.
Roggero ha sempre dichiarato pubblicamente di non ritenersi colpevole, e di aver semplicemente fatto ciò che riteneva necessario per difendere sé stesso e la propria attività; è una posizione che può essere umanamente comprensibile, ma che rende inevitabile una riflessione: se chi è stato condannato continua a sostenere di non aver commesso alcun errore, è legittimo domandarsi quali siano i presupposti per concedere un provvedimento di clemenza così straordinario.
Anche il passato di Roggero è tornato al centro dell’attenzione; nel 2005 fu protagonista di un episodio che si concluse, nel 2007, con un patteggiamento per minacce aggravate dall’uso di un’arma. Secondo quanto ricostruito negli atti processuali, durante una lite con il fidanzato della figlia, estrasse una pistola e minacciò il giovane e i suoi genitori. Lo stesso episodio è stato richiamato nelle motivazioni della sentenza relativa al caso del 2021, pur senza incidere sull’accertamento della responsabilità per quei fatti. È giusto ricordarlo, senza trasformarlo in una condanna preventiva, e senza attribuirgli un peso maggiore di quello che gli compete.
Quello che, invece, dovrebbe preoccupare tutti è un altro aspetto.
Ogni volta che un fatto di cronaca come questo viene trasformato in una battaglia politica, il rischio è quello di spostare l’attenzione dal vero problema; la politica dovrebbe interrogarsi su come garantire maggiore sicurezza ai cittadini, rendere più veloci le indagini, assicurare processi rapidi e in tempi ragionevoli, e soprattutto fare in modo che chi delinque venga effettivamente punito secondo la legge.
Se questo accadesse con maggiore efficacia, probabilmente molti cittadini non arriverebbero mai a sentirsi soli, impotenti o esasperati.
Sicurezza e giustizia non sono due valori in contrapposizione, e uno Stato credibile deve garantire entrambe, senza costringere i cittadini a scegliere tra la paura e il Far West.
Lo Stato dovrebbe dimostrare la propria forza: prevenendo il crimine, proteggendo le vittime, e facendo rispettare le leggi con fermezza…non lasciando che siano i singoli cittadini a decidere, nel giro di pochi secondi, chi debba vivere e chi debba morire.
Una società in cui ciascuno si fa giustizia da sé non è una società più sicura: è una società in cui il confine tra vittima e giustiziere rischia di diventare sempre più sottile!
Comprendere la disperazione di un uomo non significa approvare ogni sua scelta; allo stesso modo, difendere lo Stato di diritto non significa essere indulgenti con chi delinque, anzi.
Significa pretendere che lo Stato faccia finalmente ciò che i cittadini gli chiedono da anni, cioè applicare le leggi, garantire pene certe, proteggere chi lavora onestamente, e impedire che qualcuno si senta costretto a impugnare un’arma perché convinto di non poter contare su nessun altro.
In tutta sincerità, non mi piace l’idea di vivere in un Paese in cui un commerciante debba sentirsi uno sceriffo, e un cittadino sperare che qualcuno impugni un’arma per sentirsi al sicuro; vorrei vivere in un Paese in cui sia lo Stato a garantire la sicurezza dei suoi cittadini, attraverso la prevenzione, controlli efficaci, e una giustizia che funzioni davvero.
Perché uno Stato davvero forte non è quello che applaude chi si sostituisce alla giustizia.
È quello che rende inutile farlo.
