La riunione è fissata alle 9.30. Il gruppo di lavoro ha ricevuto un documento di 80 pagine sulla strategia a dieci anni dell’azienda (investimenti, nuovi mercati, rischi e criticità legali). Alle 9.28 la metà dei presenti è ancora in chat: “Tranquilli, lo leggo con l’IA durante la call.” “Ho già chiesto al bot un riassunto in 10 punti. Ce la caviamo in mezz’ora.”
La scena è sempre più comune; in pochi leggono davvero il testo di partenza, lo passano direttamente ad un modello di linguaggio. L’attenzione si sposta dal contenuto alla risposta dell’IA. Non si entra più nel documento; si entra nell’interpretazione automatica del documento.
È un dettaglio apparentemente innocuo, ma è qui che si vede la mutazione: l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento che risparmia tempo. È un dispositivo che ridefinisce dove mettiamo la nostra attenzione, quando la usiamo, quanto siamo disposti a pensare in profondità e in lungo periodo.
Da qui possiamo rileggere il cosiddetto “collasso dell’attenzione” e quel motto inquietante di “Alzheimer culturale”, non soltanto come effetto dei social o degli smartphone.
La promessa centrale dell’IA è chiara: “Dimmi cosa vuoi ottenere, io mi occupo del resto.”
Tradotto in pratica significa che non si cercano più le fonti, si chiede al modello di “spiegare” un tema; non si struttura più da zero un testo, si chiede una bozza e la si corregge; non si legge l’intero report, ci si fa generare i “punti chiave”; non si simulano più scenari a mano, si chiede al sistema di mostrare “cosa succede se…”.
Tutto questo ha un enorme vantaggio, in quanto toglie attrito, riduce fatica, libera tempo. Ma ogni volta che deleghiamo, stiamo anche saltando passaggi di attenzione, quali la fatica di inseguire i concetti; la lentezza della lettura integrale; il conflitto fra ipotesi diverse; il dettaglio del dato che non torna.
Sono proprio questi passaggi che allenano il pensiero lungo e profondo. Se vengono delegati in modo sistematico, la mente si abitua ad arrivare direttamente alla conclusione, a fidarsi del “riassunto” più che del materiale di base, a confondere una bozza generata con un giudizio maturato.
Il collasso dell’attenzione, in questa prospettiva, non è un infortunio, perchè diventa un modello operativo dell’ IA che ci permette di viaggiare veloci senza mai toccare davvero il volante.
Ed allora, come evitare di smettere di pensare (mentre le macchine pensano) ? Che cosa significa usare l’IA senza consegnarle i muscoli del pensiero?
Il principale principio di igiene cognitiva, per quanto mi riguarda, è usare l’IA come lente, non come filtro.
Un modello può aiutare a vedere lacune in un ragionamento; suggerire contro-argomentazioni; generare scenari alternativi.
Ma il compito di selezionare ciò che conta, di stabilire le priorità, di decidere che cosa ottimizzare, resta umano. L’IA è utile quando illumina il campo; diventa pericolosa quando è l’unico filtro attraverso cui il campo è visibile.
Decidere di progettare ed usare questi strumenti in modo da allungare invece che accorciare il nostro sguardo – sull’attenzione, sul tempo, sulla memoria – è una scelta culturale, prima che tecnologica. Se non la facciamo noi, nessun algoritmo lo farà al posto nostro.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.