Essere giornalisti oggi

Cultura e spettacolo

Non so a quanti di voi possa interessare, ma da ieri sono iscritto tra gli appartenenti all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, come Pubblicista. Per un liberale è una sensazione strana. Gli ordini, in particolare quelli nati per farti fare cose previste dalla Costituzione, tipo esprimere le proprie opinioni con parola o lo scritto, non mi fanno impazzire. Dice: così puoi farti pagare come giornalista. Sarà. Però dall’altra parte c’è un senso di traguardo. Mettetela così, è come per quelle coppie che stanno assieme da tanti anni e decidono di sposarsi. La mattina dopo è un giorno nuovo e vecchio al medesimo tempo.

Ma al di là delle mie emozioni, di cui ripeto non credo importi nulla a nessuno, sfruttiamo questo spazio concesso per una riflessione più generale. A che cosa serve essere giornalisti oggi, nell’era dell’Intelligenza Artificiale e delle Legioni di Imbecilli sul web? Io credo ancora a molto. Per ironia della storia, alla fine la cosa che davvero distingue un giornalista è la sua etica. Non ridete, vi prego. So che non ci credete. Vi vedo a sghignazzare, eppure è così. Racconta Augias che, in una accesa riunione di redazione di Repubblica, il mitologico Scalfari disse che il giornale più obiettivo fosse l’Unità: perché te lo diceva subito di essere un quotidiano di partito. Eppure, dopo averlo detto, iniziava il mestiere di giornalista. E cambiava tutto. A prescindere dalle idee, ha anche a che fare con l’onestà con cui si danno le notizie.

L’etica giornalistica è precisamente questo: essere onesti. Ed essere onesti, come spiegava Montanelli, non significa essere perfetti. Solo evitare gli errori peggiori, quelli fatti per servilismo e avidità. Oppure, per attualizzare il discorso, comportarsi in maniera speculare alla folla complottista dei social network. Forse l’esperienza più importante, professionalmente, in questo campo l’ho fatta proprio lavorando per una testata molto, molto fuori dal mainstream. Eppure, ogni pezzo che veniva scritto, era accompagnato dal monito: ricordatevi che siamo dei giornalisti. Qui si citano le fonti, si approfondiscono gli argomenti e non esistono i sentito dire.

Certo, poi si mostrava scetticismo sui vaccini. Ma intanto era chiara la rotta: niente fonti di terza mano, discernimento severo sulla credibilità di quelle primarie. Non si dava voce a tutti. Insomma, pure attaccando il 5G, l’etica era presente. E vi assicuro, risplendeva. Aiutava a vederne l’essenza, pure nelle tenebre circostanti.

Io non condividevo la linea, ma rispettavo il metodo. E se qualcuno mi chiederà cosa sia, questa etica, io gli risponderò così: ricordarsi di essere giornalisti di fronte alla tentazione delle scorciatoie. Delle opinioni non suffragate. Del chiacchericcio. Della voglia di mettere se stessi prima della notizia (ironico dirlo qui e ora, ma spero mi perdonerete). Il quisque de populo sulla propria pagina Facebook può scrivere tutto. Il giornalista sulle pagine del proprio quotidiano online no, non può. Deve pesare le parole, dosare gli attacchi, valutare il risultato.

Questo per quanto riguarda l’etica. Ma esiste qualcosa di ancora più grande dell’etica. Se non nel giornalismo, nella vita di ogni uomo o donna. La gratitudine.

Sono diventato giornalista grazie a questa testata e al suo Direttore, Fabrizio De Pasquale, che ringrazio per l’opportunità. E, sperando non me ne voglia, ringrazio ancora di più la vice direttrice, Nene Ferrandi, che mi ha insegnato le basi del mestiere. L’anno prossimo saranno dieci anni di militanza digitale da queste colonne. Di strada ne è stata fatta. Eppure, le sponde di questa strada sono sempre state chiare: etica e tecnica. L’etica per non perdere il senso, la tecnica per non ridurre tutto ad un esercizio di vanità.

Milanopost non è il quotidiano di alcun partito politico, ma ha sempre avuto una sua linea chiara. E spero di avervi, pur in piccola misura, contribuito anche io. Che oggi, come il Direttore e altre grandi penne del nostro quotidiano online, posso fregiarmi del titolo di “Giornalista”. Solo per oggi con la maiuscola. Perché va bene il cinismo, ma il sentimento deve avere spazio nella vita, perché questa possa dirsi degna di essere vissuta.

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