Olimpiadi si ma non contro i Milanesi

Milano

Venerdì iniziano le Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026 e a Milano le chiusure sono già realtà. Traffico privato bloccato, mezzi pubblici deviati, persino il transito a piedi reso impossibile in alcune zone del centro. “Zone rosse” a macchia di leopardo, oggi, domani, chissà per quante settimane. Una città che rallenta, si ferma, si inceppa.
La domanda è semplice: com’è possibile aver organizzato un evento di questa portata in modo così invasivo per la vita quotidiana dei cittadini? Milano non è una località di sport invernali. Il ghiaccio e la neve stanno altrove: Cortina d’Ampezzo, Bormio, Sondrio. Forse avrebbe avuto più senso un’Olimpiade davvero “alpina”, senza trascinare dentro una metropoli che vive di mobilità, tempi stretti, lavoro continuo.
Invece no. Qui si chiude. Si devia. Si proibisce. Si racconta che sia “necessario”. Ma necessario per chi? Perché se arrivano comitive sportive, delegazioni, staff, la soluzione è fermare la città anziché far convivere i flussi? Perché chi paga le tasse deve rinunciare a muoversi per lavorare, portare i figli a scuola, accompagnare un anziano dal medico?
L’esempio delle corsie preferenziali sulla cerchia esterna sud è emblematico: vietate anche a moto e motorini, come se fossero loro l’ostacolo agli spostamenti olimpici. Una decisione che sa di accanimento ideologico più che di logistica. Il messaggio che passa è chiaro: i cittadini vengono dopo. Plebei, appunto. Devono subire e basta.
Milano è velocità, efficienza, incastri perfetti. È una città che funziona quando si muove. Eppure sembra che si faccia di tutto per impedirle di farlo. Già provata da politiche che ostacolano sistematicamente il traffico e la mobilità, oggi viene ulteriormente messa in ginocchio da un’organizzazione olimpica che appare sorda alla vita reale.
Le Olimpiadi dovrebbero essere una festa che si integra con la città, non un’occupazione che la paralizza. Così, invece, diventano l’ennesima dimostrazione di distanza tra chi decide e chi vive Milano ogni giorno. Una distanza che porta un nome e un cognome politico, Giuseppe Sala, e che molti sperano presto venga colmata — o superata — da un’amministrazione capace di aiutare la città a vivere, non di penalizzarla.
Le Olimpiadi passano. I milanesi restano. E meritano rispetto.

Matteo Aletti

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