Con la sentenza n. 33701 del 23 dicembre 2025 la Corte di Cassazione interviene su uno dei nodi più delicati del pubblico impiego: la gestione degli incarichi dirigenziali. Un tema tutt’altro che astratto, soprattutto in una fase in cui molte amministrazioni locali e regionali stanno ridefinendo strutture, competenze e assetti apicali, spesso spingendosi ai limiti – e talvolta oltre – delle cornici normative.
La Suprema Corte riafferma un principio che negli ultimi anni è stato più volte messo in discussione nella prassi amministrativa: la dirigenza pubblica non è una zona franca. Anche dopo la privatizzazione del rapporto di lavoro, l’attribuzione degli incarichi resta vincolata non solo alla contrattazione collettiva, ma soprattutto alle norme di legge che disciplinano l’organizzazione degli enti pubblici. Non basta, insomma, richiamarsi a regolamenti interni o a clausole contrattuali per giustificare scelte organizzative che incidono su funzioni, competenze e poteri.
Il punto centrale della decisione sta nella distinzione – spesso confusa o volutamente offuscata – tra ciò che può essere regolato dal diritto civile e ciò che invece rientra nell’organizzazione amministrativa. La Cassazione chiarisce che il rapporto di lavoro dirigenziale, pur essendo formalmente privatizzato, continua a essere inserito in un contesto pubblicistico. Le scelte che riguardano la struttura degli uffici, il riparto delle competenze e l’attribuzione delle funzioni dirigenziali non possono essere trattate come semplici atti di gestione del personale. Sono decisioni che incidono sull’assetto dell’amministrazione e, come tali, devono rispettare i limiti fissati dalla legge.
È un passaggio tutt’altro che secondario, perché colpisce una prassi ormai diffusa: utilizzare la flessibilità contrattuale per costruire incarichi “su misura”, ridisegnare ruoli e funzioni senza un reale fondamento normativo, aggirare i vincoli dell’organizzazione amministrativa facendo leva su strumenti apparentemente neutri. La Cassazione chiude la porta a questa impostazione, ricordando che l’autonomia organizzativa non può trasformarsi in arbitrio.
Le conseguenze della sentenza sono particolarmente rilevanti per Regioni ed enti locali, dove la linea di confine tra indirizzo politico, organizzazione amministrativa e gestione dirigenziale è spesso oggetto di tensioni. La Suprema Corte ribadisce che proprio in questi contesti le scelte organizzative fondamentali restano ancorate a una dimensione pubblicistica, sottratta alla sola logica del contratto o della discrezionalità interna.
Il messaggio che emerge dalla pronuncia è chiaro: la modernizzazione della pubblica amministrazione non passa attraverso scorciatoie normative. La flessibilità organizzativa è possibile, ma solo entro confini precisi, definiti dalla legge e dai principi di imparzialità e buon andamento. Ogni tentativo di forzare questi limiti espone l’ente a contenziosi, invalidazioni degli incarichi e, in ultima analisi, a una perdita di credibilità istituzionale.
In un momento storico in cui l’efficienza della macchina amministrativa è al centro del dibattito pubblico, la sentenza n. 33701/2025 rappresenta un richiamo netto alla responsabilità. La dirigenza pubblica non è uno strumento da piegare alle esigenze contingenti, ma un presidio essenziale di legalità e corretto funzionamento dell’amministrazione. E su questo terreno, la Cassazione ha deciso di non concedere più zone d’ombra.
Per maggiori informazioni scrivete a info@mtjust.com

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.