Una pochette non basta a produrre una coalizione. Il fatto è che in quella pochette esistono ancora tanti vaffan…, che solo una Schlein ha voluto dimenticare perché la sua eleganza eterodiretta non sa competere, ma gli elettori ricordano benissimo e sono più coerenti dei leader.
E naturalmente si aggiungono nella gara per una supremazia tra PD e 5 stelle ambizioni ed egoismi dei singoli, aspettando quel Godot che si fa farsa da ridere se non fosse una tragica realtà quella di forzare idee e programmi in un cercare e ancora cercare non la qualità, ma la disponibilità ad immolarsi con una candidatura. Così succede oggi in Basilicata. EVVIVA IL CAMPO LARGO, ANZI LARGHISSIMO, APPROVATO ANCHE da Prodi, corteggiato da Bersani che ha dimenticato l’umiliazione inflittagli da Grillo “Qui si deve fare l’Italia, mica possiamo chiamare Garibaldi”.
E già qualcuno pensa al federatore di domani con l’aplomb giusto, la parlata un po’ blasé, che si chiama Sala. Con ritrosia ha detto “Si vedrà”, ma sì il campo largo sta nel suo DNA, un campo alla luce largo un po’ ristretto, voluto perché i tempi non erano maturi, sperimentato per l’elezione a Sindaco. E si può scommettere che la pochette di Conte ancora non basterà contro l’annosa frequentazione radical chic di Sala. Peccato abbia potuto fare ben poco per il campo largo di Majorino che avrebbe imbarcato anche il diavolo ma da cui si è sfilato il Terzo Polo, un pericolo sempre presente: Renzi e Calenda non subiscono il fascino della pochette.
Perché a ben vedere la sinistra e il 5 stelle bisticciano guardando “il dito” della vittoria, dimenticando la “luna” delle convergenze per il bene del Paese.

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano