Il non fatto a Milano alla fine del 2022… anche quest’anno sarà per la prossima volta

Milano

L’agenda milanese da sempre si riassume facilmente: quel che si può fare con le sole forze del privato, si fa, il resto si rimanda e anche quest’anno non fa eccezione.

La conclamata assenza di una progettualità pubblica, ben mascherata da una non scontata cura per l’ordinaria amministrazione, viene dissimulata così dal gran agitarsi dei milanesi, fatto questo che rende la città viva e ambita, come dimostra il primato del costo della vita, affitti in testa.

Questa considerazione potrebbe apparire un mero mugugno alla Govi se non fossimo usciti, e con noi l’Europa intera, dalla cupa stagione del Covid puntando su di una ripresa basata sulla transizione energetica e sulla riqualificazione ecologica e Milano a quest’appuntamento di rigenerazione e trasformazione non si fosse presentata con la faccia stranita di un turista giapponese perso nei Quartieri Spagnoli a Napoli.

Le occasioni sin qui mancate sono in un qualche modo legate le une alle altre da un meccanismo di blocco reciproco fra rendite di posizione che cristallizzano i rapporti di forza in città, la perdurante assenza di centri di progettazione pubblica (si guardi solo alla trasformazione di MM in società multiservizi dall’originaria vocazione per la quale risulta ancora a libro paga un numero di ingegneri imbarazzante che peraltro proprio il PNRR invoca come soluzione), l’incapacità di attivare partnerariati pubblici-privati, snodo cruciale delle politiche di efficientamento tipiche della transizione ecologica,  e ciò a causa principalmente di un assai sospetto conservatorismo delle stazioni appaltanti, nonché i tempi di reazione agli stimoli esterni da parte di un apparato pubblico milanese per il quale il passare del tempo non mostra le soluzioni di continuità che le molte emergenze di questi ultimi anni hanno evidenziato che hanno condotto alle misure straordinarie messe in campo dai governi nazionale e da quello europeo.

Se partiamo dalla prima partita aperta (e irrisolta), quella dell’edilizia popolare in capo a Comune e ALER Milano, vediamo come questa risulti essere un vero  nodo di Gordio che va sciolto per consentire alla forza inutilizzata dell’economia pubblica milanese di potersi dispiegare.

E’ cosa nota che gli edifici popolari siano obsoleti e energivori, altrettanto che le tipologie abitative siano in mutamento rispetto alle categorie delle famiglie operaie e impiegatizie per cui le case furono costruite e anche che l’inerzia colposa di ALER ricade su Milano; meno evidente che proprio la localizzazione centrale degli immobili di edilizia popolare conferisce agli stessi un valore potenziale che non viene messo a bilancio per il sesto anno consecutivo da che Sala ha posto le Periferie al centro dell’azione di governo, nonostante a questo giro l’intera questione sia passata sotto un assessorato ad hoc.

I due intoppi principali sono relativi all’onerosità nella gestione di un patrimonio edilizio dagli elevatissimi costi di esercizio in capo ad un inquilinato dalla debolezza reddituale crescente (e conseguente incapacità di risolvere i problemi relativi alle morosità attuali e pregresse) e dall’altra la non volontà/capacità di chiamare ALER, dunque Regione Lombardia, a condividere una soluzione radicale sugli oltre centomila appartamenti di edilizia pubblica.

Le occasioni perse si chiamano prima di tutto 110% (ma prima c’erano stati l’Ecobonus e il Sismabonus pur’essi lasciati nel cassetto) e PNRR e qui l’inerzia è in capo ad entrambi.

Ma Milano avrebbe avuto la necessità di provvedere a cantierizzare quante più riqualificazioni possibili perché è proprio nel bilancio di MM che si annida il buco causato dai costi di esercizio e dall’impossibilità di riversare sugli inquilini i costi di loro competenza, buco a malapena coperto dalle altre entrate, prima fra tutte quelle dell’Acqua.

Ed eccoci alla seconda occasione mancata: se MM potesse separare la parte del SII (servizio idrico integrato) e conferirla in unica società con CAP (Consorzio Acqua Potabile, ovvero gli altri 133 Comuni metropolitani) detti  Comuni metropolitani si ritroverebbero in tasca istantaneamente 500 mln di euro per il maggior valore derivante dall’allungamento della concessione al 2050; questi 500 mln fungerebbero da base bancabile per almeno 4 mld di opere per la completa riqualificazione delle reti di acquedotto, realizzando la rete di acqua duale chiesta dalla legge e mai realizzata, come pure la divisione delle reti fognarie, fatto questo che renderebbe assai più proficua l’attività di depurazione e, da ultimo, restituirebbe a MM la sua vocazione progettuale proprio nel realizzare queste infrastrutture.

Invece i costi delle case popolari e il conseguente buco di bilancio hanno impedito anche quest’anno di arrivare a fare la cosa giusta (che solo per Milano vale 200 mln di euro) e rimandare così la principale riqualificazione ecologica dell’area milanese, che investe pure lo stato dei fiumi in fase di faticoso e on risolutivo risanamento.

D’altro canto, e arriviamo alla terza occasione mancata, la fuoriuscita dal Covid ha palesato anche nello strategico settore dei trasporti quel che era evidente, ovvero che la contrapposizione fra Comune e Regione  resa evidente dal mancato raccordo fra l’ATM virtuosa (ma con un deficit in agguato) e il buco nero di Trenord, impedisce la razionalizzazione e l’efficienza dell’intero sistema dei trasporti lombardo e se è evidente che Trenord sia una delle sorelle cattive di Cenerentola protetta dalla madre che destina risorse solo a lei, è altrettanto vero che la conformazione della Lombardia e la sua posizione centrale chiedono una integrazione completa del sistema dei trasporti, ovvero una partita che non può nemmeno trascurare le Ferrovie dello Stato. Per ora ci si riduce nel fortino milanese cercando solo di evitare di mettere in gara il TPL per consentire ad ATM di non modificare il proprio recinto.

Le stesse rendite di posizione garantite dal Comune ad A2a che nell’anno orribile dei costi del gas quasi raddoppiati per via della ripresa post-covid e della guerra russo ucraina, ha riversato sulle fasce più deboli della città l’inefficienza delle sue soluzioni in alta temperatura alimentate per l’80% proprio da quel gas di cui sopra, passando in un colpo solo da 10 euro al mq a 18 euro al mq per la gestione del caldo sugli immobili di edilizia popolare: qui la riconversione energetica, ovvero il passaggio alle rinnovabili in ottica di economicità non è ancora stato scritto, bloccato com’è proprio dallo ius primae noctis sul sottosuolo milanese pervicacemente e sovieticamente difeso dalla ex-partecipata anche se  ora si tratta di società governata dalle regole di mercato.

Ciò blocca anche l’ipotesi di avviare finalmente una stagione di PPP energetici non solo sulle case popolari ma soprattutto sui 700 immobili comunali i cui extra costi energetici solo quest’anno appesantiranno il bilancio del Comune, fornendo lo zoccolo duro dei 200 mln di buco lamentato; peraltro l’avvio di una completa riqualificazione energetica pagata dal Mercato è sempre attuale se solo in Comune si accorgessero che il Codice degli Appalti è cambiato da dieci anni a questa parte per tutte le opere pubbliche e non solo per far passare l’operazione discutibile su S. Siro, dove i guadagni per la Città sono ancora tutti da decifrare, mentre i risparmi in termini di quantità e qualità dell’energia sono comprensibili da tutti.

Sempre la natura spuria e vagamente incestuosa del rapporto con la sua partecipata, che ha in pancia AMSA, blocca l’evoluzione naturale verso un ambito unico metropolitano della raccolta e trattamento dei rifiuti in forma consortile fra tutti i Comuni metropolitani, soluzione già percorsa con grandi risultati (ad eccezione di Milano) per le acque potabili e reflue con la costituzione di CAP: di questa ipotetica operazione dal grande valore ecologico ed economico, non si ha traccia in dibattito alcuno perché sui rifiuti vige ancora un notevole campanilismo a dispetto dell’ottimizzazione che si raggiungerebbe. Ma è evidente che questa resterà questione insoluta ancora per un po’ proprio a causa della difficile consorziabilità con  una società quotata.

A corredo di questa difficile convivenza fra l’intraprendenza privata e l’immobilismo pubblico si situa la partita urbanistica, vinta sin qui a mani basse dall’edilizia indifferenziata di ligrestiana memoria oggi in capo ai soliti noti che costruiscono quel che si vede, e lo snaturamento della destinazione sportiva dell’area di S. Siro segnalano l’altra (facile) occasione mancata a valle di un PGT privo di un disegno urbano per grandi funzioni, limitato al rispetto di indici, peraltro facilmente derogabili dal latinorum tecnico comprensibile con chiarezza agli immobiliaristi e ai tecnici comunali: la Milano che organizza le Olimpiadi Invernali non ha strutture per quelle estive, pur avendo a ridosso della Città due grandi aree vocate (il Nord Ovest di S. Siro e il Sud Est dell’Idroscalo) sulle quali anche per questa volta ci stiamo limitando a far disegnare la città dei privati, quando un’attenta politica urbanistica consentirebbe rivalutazioni dei suoli e degli edificati ben superiori all’attuale smembramento dell’esistente.

E infine quel che Milano rinfaccia alla Regione per la carenza dei servizi sanitari territoriali, amplificata dalla deriva impiegatizia dei medici di famiglia e dal rassegnato caos dei Pronto Soccorso, dovrebbe imputarlo a se stessa nel governo dell’assistenza, a partire dalla carenza di base di un’anagrafe del bisogno condivisa sull’area metropolitana, dalla messa in rete dei servizi diretti e da quelli offerti dal Terzo Settore e dalla mancanza di politiche attive per l’accoglienza e il reinserimento di chi ha bisogno, affidate ancor oggi in modo fin troppo eroico alla buona volontà egli operatori pubblici e privati, invece che appoggiarsi su di una politica  universale che individui per ognuno stato, bisogni e possibilità.

Anche il Catasto del Bisogno è una di quelle operazioni il cui costo economico verrebbe ricompensato immediatamente dai vantaggi sociali di un’ordinata e riconosciuta assistenza, del tutto in linea con la città dal cuore in mano.

Ci rivediamo alla fine del 2023, se tutto va bene, sperando di avere altri e meno impellenti mugugni al cospetto degli attuali da opporre al Signor Sindaco.

Giuseppe Santagostino (ArcipelagoMilano)

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