Putin: quando la dignità sta nel Potere

Esteri

 La dignità. Nella guerra sa parlare con linguaggi da decifrare, in cui credere, perché la dignità è anche sincerità. Non è il caso di fare lunghe dissertazioni, non è il caso di descrivere la dinamica di un conflitto insensato: già in tanti hanno detto, spiegato, sposato. La dignità della morte è semplicemente incalcolabile, per motivazioni nobili o che vorrebbero essere tali nella martellante propaganda russa.

Putin e la sua onnipotente dignità che sta nel potere, beve deliri di onnipotenza ,predica ideologie distorte, si inebria di bombe e missili e di carri armati

Zelinski che ha inondato il mondo con la dignità di un popolo che vuole alzare la testa, che lotta per diritti primari, che non sa vedere, purtroppo, un  compromesso per una tregua.

Putin e una solitudine infinita, creata da quella convinzione di essere Dio, dal dovere di riconoscere i nemici o creduti tali, dagli errori di strategia militare e, si dice, da un cancro devastante. Ma il potere sta nelle sue mani, nessun passo indietro, nessun ripensamento. Non c’è cuore né anima, anche se il corpo è martoriato. Forse c’è una rabbia indomabile.

Nelle ultime ore infatti una spia russa ha dichiarato al quotidiano inglese Mirror che, secondo i medici, lo Zar avrebbe “massimo tre anni di vita” e che “una forma grave di cancro” sarebbe in “rapida progressione“. Accanto a queste patologie, ce ne sarebbe una finora mai menzionata che riguarda la vista.

Soffre di mal di testa e quando appare in tv ha bisogno di pezzi di carta con tutto scritto a caratteri cubitali per leggere quello che sta per direla sua vista” starebbe “seriamente peggiorando“. Un isolamento progressivo salvato da un’ideologia che non conosce limiti. Muto nella sua residenza dorata per passare un tempo che non riflette l’inferno che ha scatenato. Ma, ammesso che tutto ciò sia vero,  non commuove, non ispira vicinanza. Il pensiero va alla sua “follia” imperiosa, alla macchina di morte che ha prodotto a quell’irrazionale potere che celebra la sua “dignità”.

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