Caccia alla bisnonna uncinata

Esteri RomaPost

Caccia alla bisnonna uncinata, la 96nne, ospite di un ospizio, che ciabattando è fuggita dall’ospizio per sottrarsi al processo che l’attendeva, imputata di essere stata segretaria di un lager nazista. Purtroppo, all’epoca dei fatti era 18enne e non potrà godere delle pene minorili di cui ha usufruito, l’anno scorso, un tedesco 94enne che, 17enne, fu guardia di un altro lager. Dovrebbero essere gli ultimi casi, gli ultimi condannati, gli ultimi processi. La generazione Flakhelfer, classe ’29, dei sedicenni tedeschi arruolati, negli ultimi scampoli di guerra, ha già salutato Grass, Kohl, Genscher, Tappert (l’ispettore Derrick), ma non Ratzinger. Il tempo, per forza di cose, è andato troppo avanti ed i centenari, pur aumentati, languono. La cosa fa disperare i nipoti(già anziani) ed i pronipoti che sulle gite scolastiche, i musei, i memoriali, il ricordo contano di ricevere il sequel di un risarcimento neverending, un premio, come dire alla sopravvivenza più che all’esistenza, messa tanto a repentaglio dai nazisti in soli 13 anni di storia. Purtroppo, medesima attenzione e cura non hanno per i sopravvissuti e loro pronipoti recatisi e viventi in Israele.

Scuse

La caccia in Germania resta vivissima come il cerimoniale delle scuse. La cosa è ben comprensibile per un paese, da quasi 80 anni, giudicato, condannato e maledetto, su cui tutt’oggi si scaricano tonnellate di materiale multimediatico, ormai quasi tutto fantasy, di irrisione, maledizione ed anatema. Il presidente tedesco Steinmeier è particolarmente versato nelle scuse. Non solo le ha chieste alla Polonia, all’Europa ed al mondo tutto, ai milioni di vittime, ai paesini italiani, luoghi di efferate fucilazioni di massa naziste, ma anche alle scordate popolazioni Herero e Nama della Namibia, vittime di genocidio nel periodo coloniale. Non c’è capo di stato o di religione che, pur nell’incomprensione, non possa trovarsi di fronte Steinmeier che gli chiede scusa, dalla Patagonia alla Papuasia, senza che sappiano perché. Steinmeier ha toccato altre acmi; ha chiesto scusa per essersi fatto fotografare senza mascherina. Pur tenendola assai viva, non è il presidente tedesco che ha innescato la tradizione, avviata dalle scuse di Brandt ai polacchi.

Scuse 2

Vent’anni fa il governo di Berlino chiese scusa alla comunità gay. Schroeder si scusò, ai tempi dell’Iraq con Bush, dopo che una sua ministra lo paragonò ad Hitler. L’Ad della Volkswagen, Diess, chiese scusa per la frase l’utile rende liberi. Allenatore e panchina di una squadra tedesca si sono scusati, dopo la vittoria, con la squadra avversaria per l’eccessiva gioia. Il direttore del Bild, Reichelt, ha chiesto scusa ai bambini per la copertura terroristica della pandemia offerta dal quotidiano tedesco, mentre la Merkel si è scusata con il popolo per l’applicazione del lockdown, neanche attuato. E sulla scia la Presidente europea von der Leyen ha chiesto scusa a Roma per aver lasciato l’Italia sola contro il coronavirus. Anche il suo predecessore, Juncker, si è pentito dell’austerità contro il Sud europa Mi rammarico di aver dato troppa importanza all’Fmi. (Solo alla Cina i tedeschi hanno rifiutato le scuse che Xi Jinping pretendeva dopo l’accusa di aver diffuso il coronavirus in tutto il mondo). Nel recente incontro, prova di grande autonomia politica tedesca, con i talebani afghani, la delegazione stava per chiedere scusa, poi si è trattenuta in tempo dalla gaffe diplomatica. Le vicende europee sono andate oltre le intenzioni del vecchio continente dividendo il mondo tra chi esalta le scuse e chi, pur non avendo avuto ruolo nelle vicende che le motivano, le rinnega.

Le scuse degli altri

L’esempio tedesco ha fatto breccia, ma un po’ in basso. Il presidente Macron ha ammesso il ruolo francese nel massacro dei Tutsi in Ruanda e degli harki in Algeria; il ceco Zeman ha chiesto scusa all’estinta Jugoslavia; il presidente serbo, Nikolić, invece le scuse per il massacro bosniaco a Srebrenica le ha indirizzate ai connazionali. ll presidente messicano si è scusato con gli estinti Maya,Biden dalla Casa Bianca con i quasi estinti pellerossa; gli ex presidenti brasiliano ed Usa, Lula e Obama, hanno chiesto scusa all’Italia, uno per la difesa di Battisti, l’altro per il raid che uccise Lo Porto, sequestrato in Pakistan. Meglio di Clinton ma su un piano molto specifico. Non ci sono scuse americane per i bombardamenti di sterminio di Dresda e Hiroshima; nemmeno quelle nipponiche per Cina e Corea. A Pechino ci pensano contriti Dolce e Gabbana. La Turchia non chiede scusa agli armeni, ma ai russi per l’aereo abbattuto. L’Oms alle congolesi stuprate. La Russia aveva chiesto scusa ai polacchi, poi dieci anni fa, Dio medesimo si è messo in mezzo, come suggerisce Dugin. La Polonia si è fatta una legge che vieta le scuse agli ebrei.

Al suo contrario, il connazionale Wojtyla vent’anni fa si scusò in mondovisione per i genocidi, i milioni di morti, le persecuzioni e le conversioni forzate. L’ultimo grande Papa si inginocchiò per le colpe secolari della Chiesa. Era l’occasione per una rilettura seria dell’anima dell’Occidente ma venne sprecata. Si pretesero nomi e cognomi, processi (forse al Papa medesimo), risarcimenti; e tutto è finito con migliaia di rivoli contro i pedofili, sugli abusi su minori e ragazze madri. Fino agli applausi per Di Maio che chiede scusa per i vaffa. Anni luce dal ’91 quando un presidente della Repubblica, Cossiga, chiese scusa per le accuse di stragismo di Bologna, a Tatarella, in rappresentanza dell’area politica di destra storicamente terroristizzata. Sembrò la fine del moralismo giustizialista politico, invece fu quella della prima repubblica che di tutto il suo bagaglio lasciò l’eredità più deprecabile, nella virulenza apprezzabile a tutt’oggi.

Stati che si scusano

Sorry States (Jennifer Lind, Apologies in International Politics, Cornell Studies)per molto tempo hanno chiesto scusa per reati insignificanti. L’ammissione di reati gravi in genere è stata estorta con la forza e la sconfitta, spesso sbagliando bersaglio. Norimberga fu un processo al militarismo tedesco e non alla Shoah. Come un fulmine a ciel sereno, quel giudizio davanti al mondo giunse, finalmente, solo sedici anni dopo mentre l’uomo volava nello spazio ed esplodeva la guerra fredda. Il processo Eichmann venne celebrato in Israele nel ’61, reso possibile solo da una grave violazione del diritto internazionale, il rapimento del nazista da uno Stato sovrano. Basterebbe quest’ultimo dato per rimarcare il vuoto del diritto internazionale occidentale, quello moralistico del Tribunale penale internazionale che si ostina a rifiutare la guerra per poi approvarla come peace keeping o conflitto asimmetrico; che collega la pace imperante in Europa alla riconciliazione franco tedesca, e non allo status di debole, non indipendente e sostanzialmente sconfitto rivestito dal vecchio continente. Tra l’89 ed il 2011 solo nove Stati sono entrati in guerra. Gli altri 128 conflitti sono stati a partecipazione indiretta sotto mentite spoglie ed acrobazie verbali. Gli Stati, secondo la Lind, possono ricordare il passato, ripudiarlo, negarlo, glorificarlo oppure scusarsene. In realtà stanno stretti tra la cancel culture che distrugge la memoria di tutti e la forza delle potenze che decidono di punire o meno i genocidi, di rispettare o meno il diritto e che si accaniscono sui vinti, fermandosi davanti ai forti. Non a caso gli Usa si rifiutano di farsi giudicare da quei giudici e sono in difficoltà, causa loro, con i migliori paesi europei loro alleati. La proclamazione europea della pari responsabilità russo tedesca nell’origine del conflitto di 76 anni fa ha reso nullo il processo di Norimberga che intendeva punire il bellicismo di una sola parte. Invece il processo Eichmann, come condanna dello sterminio, resta valido malgrado che per poterlo svolgere, si sia infranto il diritto internazionale. Anche quel processo fu reso possibile dall’esercizio di grandi qualità statuali, come la forza, l’organizzazione e lo spionaggio; certamente l’Onu non l’avrebbe mai reso possibile. Ed ha lasciato la memoria di un intero continente corresponsabile e connivente di quanto accadde, vinto e vincitore.

I centenari inseguiti e le scuse infinite non intendono più capire, interpretare e giudicare un’epoca di eventi e soggetti precisi. Sono stati usati in passato per la Guerra fredda nel conflitto est-ovest e negli ultimi decenni sono divenuti clava nella lotta tra conservatori e progressisti. Gli antenati di entrambi, sostenitori di ideologie, sconosciute ai nipotini (le cui idee i progenitori non capirebbero) furono colpevoli di stragi e stermini non avvertiti nelle loro dimensioni da nessuna ideologia dominante, vittoriosa e vinta. L’enfasi sul concetto di Male assoluto, assegnato alla Germania nazista, è poi rimbalzata sulla Russia comunista, sull’America maccartista, di nuovo sui comunismi asiatici, sugli Usa reaganiana, bushiana e trumpiana, sui terrorismi europei e musulmani. Il politicamente corretto ci avverte che il vecchio continente, colpevole di colonialismo e fondamentalmente hitleriano prima della sua distruzione a furore di bombardamenti, è bianco e da condannare per sempre. Conseguentemente, in politica internazionale, l’Europa non può avere che un ruolo ancillare, poiché il suo cuore continentale, che ne è anche il suo motore, si identifica con il peccato universale. È evidente che la cosa è andata troppo avanti nel tempo. Il mantenimento artificiale dell’idea del Male assoluto puntata solo uno spazio geostrategico ha fra l’altro prodotto un’epica distorta, leggendaria, mitica di mera contrapposizione all’esistente, affascinante per giovani e oppositori che la interpretano e la trasfigurano nelle loro fantasie, rafforzati proprio dalla grandezza negativa che le stesse istituzioni politiche e mediali continuano ad esaltare con effetti contrari a quelli voluti.

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