Libro “Giovanissima e immensa “ di Achille Colombo Clerici – Nobiltà lombarda tutt’altro che decaduta.

Cultura e spettacolo

«Sono principi, duchi e marchesi. Vivono come un tempo anche se i titoli nobiliari sono soppressi» 

Armano: ha prevalso lo spirito illuminista

Il giornalista vogherese Antonio Armano ha curato molte interviste per il monumentale libro scritto da Achille Colombo Clerici. Una nobiltà capace di trasformarsi insieme alla sua Milano, e di mantenere decennio dopo decennio i propri ingenti possedimenti terrieri, che spesso si allargano oltre i confini del capoluogo lombardo per espandersi in provincia di Pavia. Ne traccia un monumentale ritratto collettivo in “Giovanissima e immensa” (Giampiero Casagrande Editore, 1128 pagine, 32 euro) il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici, che per le numerose interviste ai membri dell’aristocrazia meneghina si è avvalso della collaborazione del giornalista vogherese Antonio Armano. Infaticabile conversatore e appassionato di storie sui generis, il cronista ha collezionato in qualche anno di lavoro una serie di testimonianze rare o esclusive, raccolte personalmente di palazzo in palazzo, di villa in villa, nei salotti (ma anche a bordo piscina, o in prestigiose gallerie d’arte private) di quelli che un tempo erano solo nobili, ma che oggi sono capitani d’industria, imprenditori, professionisti titolari di piccoli imperi economici.

RISPETTOSO INIZIO

«Quando ho cominciato a intervistarli racconta Armano l’ho fatto senza un piano preciso, e anche con un certo imbarazzo. Provenendo da tutt’altra estrazione ero un po’ a disagio, ma ero curioso di incontrarli, ascoltare i loro aneddoti, farmi un’idea di come sia il mondo

Antoniuo Amato

di questi personaggi. A mano a mano che andavo a trovarli, però, mi accorgevo di una cosa curiosa: li incontravo in palazzi, in vie, in piazze o addirittura in paesi che portano i loro cognomi. In Italia i titoli nobiliari non sono più riconosciuti dal 1948, ma loro vivono ancora nei palazzi costruiti dai loro avi, mantenendo lo stesso stile di vita. Cosa significa? Che i nobili milanesi non c’entrano niente (o quasi, perché le eccezioni ci sono) con quell’idea dell’aristocratico decadente, dandy e dissipatore a cui spesso pensiamo quando sentiamo la parola “nobiltà”». L’aristocrazia milanese, a un certo punto della sua storia, ha sfoderato lo spirito illuministico che l’ha sempre contraddistinta e si è rimboccata le maniche (metaforicamente, s’intende) per imparare a gestire i propri capitali. Facendo riferimento al Politecnico di Milano ma anche all’Università di Pavia, ha studiato ingegneria, legge ed economia, e ha investito non solo sulla città, ma anche sulle campagne. «A scorrere mentalmente l’elenco degli intervistati – dice Armano – è facile notare quanti abbiano ancora tenute, aziende e residenze di campagna principalmente in Lomellina, ma anche a Pavia e in Oltrepò. Penso alla famiglia dei conti Castelbarco, che ancora oggi sono proprietari della meravigliosa Sforzesca (all’interno della quale si trova una delle poche opere idrauliche realmente attribuibili a Leonardo Da Vinci), oppure a Marco Gastel, fratello del fotografo recentemente scomparso e nipote di Luchino Visconti, che ha deciso di trasferirsi nei possedimenti di famiglia in Lomellina dove gestisce una grande allevamento di bovini. O penso a Carlo Radice Fossati e a suo fratello Federico, nei cui terreni lomellini quasi tutto ancora appartiene a loro salvo il diritto di nominare l’arciprete, restituito per quieto vivere alla Chiesa ma in teoria ancora in capo alla famiglia».

CACCIA ALLA VOLPE

E poi ci sono gli Strada a Scaldasole, che spesso e volentieri ospitano gli altri nobili per una battuta di caccia alla volpe (anche se della volpe, oggi, rimane solo la traccia di pipì inseguita dai cani), oppure i Branca, quelli del Fernet, che conservano la spettacolare tenuta Bussolera-Branca di Casteggio, con tanto di collezione di carrozze. «Su Pavia, dice Armano, una menzione speciale la meritano i Borromeo, discendenti di San Carlo e del cardinale Federigo e soprattutto fondatori dell’omonimo collegio. Io ho intervistato la principessa Bona Borromeo Arese insieme al figlio Vitaliano: la signora si chiedeva come l’austero e misogino Carlo Borromeo avrebbe preso il fatto che nel collegio si ospitino oggi anche le donne. Fu proprio lui, infatti, nel Cinquecento, a intraprendere una crociata per imporre l’uso del velo alle donne nei luoghi sacri, pena 1′ esclusione dalle chiese e dai sacramenti».

(Serena Simula -La Provincia Pavese)

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