“Comunisti dentro” e fase 2, ovvero come complicare il già difficile

Politica

In questa fase tragica e problematica dell’economia italiana,  molte realtà già si trovano a combattere con l’incertezza della sopravvivenza, eppure c’è chi, come sottolinea nel suo articolo su Tempi Luigi Amicone, non esita a metterci il carico da undici per finire di affossare chi già sta boccheggiando. 

“Procure, comitati, avvocaticchi, cinquestelle cadenti… Neanche è partita la fase 2 e tutti già pronti a saltare sul carro dei blocchi, sequestri, processi, chiagni&fotti, «vogliamo i risarcimenti!»

«Hai contratto il Covid-19 nel luogo di lavoro? È infortunio!». Vieni in Camera del lavoro che troverai accoglienza per fare una causa al tuo datore di lavoro che sta per fallire. E un avvocato di quelli che non guardano in faccia a nessuno quando si tratta di incassare.

Può cadere il mondo. I “comunisti dentro” non sanno fare altro che il mestiere di rendere più difficile il già difficile. E se gli capita, bastonare il cane che affoga. Nel nostro caso i “comunisti dentro” – che non sono solo quella categoria specifica di tignosi bonzi di partito, e non mi riferisco agli idealisti, mi riferisco ai nemici del popolo in quanto nemici della realtà, Covid o non Covid, soltanto quello sanno fare: sfasciare.

Ne parlavo ieri sera con un gruppo di giovani amici di Taranto. È andata così: Riva poteva essere il più vampiro degli imprenditori, ma non spacciava droga e dava lavoro, non la polizia politica e i ritmi schiavisti di Stalin, agli operai. E pagava tutti profumatamente. E se volete prendervela con qualcuno per la collocazione di una fabbrica che fa acciaio e non bambù per le tribù della foresta, prendetevela con lo Stato italiano. Che tra la gioia e gli urrà del popolo anni Sessanta costruì la cattedrale europea dell’acciaio. Cattedrale che negli ultimi dieci anni è stata rasa al suolo grazie a un tipico approccio politico e culturale da “comunista dentro”.

La procura, le associazioni di Camere del lavoro, comitati, avvocati, avvocaticchi, saltimbanchi, cinquestelle cadenti… tutti a saltare sul carro dei blocchi, sequestri, processi, chiagni&fotti, «vogliamo i risarcimenti!». Morale del genio “comunista dentro”? Hanno sfasciato tutto. Sono arrivati gli indiani della Mittal. E adesso aspettate che arrivi l’occasione giusta e questi prendono e mollano tutto. Mollano all’Istituto nazionale della previdenza sociale e alla cassa integrazione l’ennesima maceria della demagogia, antropologia del piagnisteo, ipocrisia ubriaca di ideologia. E deve intervenire un “salvataggio” di Cassa depositi e prestiti, come è successo con la furbata di Alitalia. Salvata e nazionalizzata con i soldi che sottrarranno alla lotta al Covid.

Quanto crediamo di poter andare avanti così, senza una vera ripresa di intelligenza e responsabilità collettiva, non “comunista dentro”? Giusto in questi giorni ricordavo con un amico di Verona il più preclaro esempio di comunismo storico da asineria e tigna doc. Germania Est. Quella che tirò su il Muro di Berlino da un giorno all’altro, separando in una stessa famiglia la madre dai figli, il padre che stava al lavoro dal suo bambino che era all’asilo. Con i comunisti anche italiani che ebbero pure il barbaro coraggio di difendere i muratori dell’Est, in quanto l’imperialismo e blablabla.

Non dite che il comunismo (anche quello di fuori oltre che il “comunismo dentro”) non c’è più. Abbiamo appena scritto ieri del Manifesto. Quotidiano comunista. E della sua petizione comunista – fuori e dentro e pure romana – in difesa di Giuseppi Conte. Lo spirito è sempre lo stesso: come nella Germania Est non riuscivano a costruire altro che le Trabant (automobiline di tolla col motore a due tempi) e perciò, per “competere” con l’Occidente, dovevano sabotare (con comunisti europei degli scioperi e del para terrorismo) il sistema che costruiva le Mercedes e le Ferrari. Così oggi sfasciano l’IIva sognando che coi pianti e le proteste mediatico-giudiziarie arriva il giorno del principe azzurro e li fa vivere felici e contenti di risarcimenti statali e canne da pesca, di qui alla fine del Covid.

Sbagliato. Perché? Perché è un’aspirazione da “comunisti dentro”. E soprattutto perché non c’è più un soldo. Impariamo dalla Germania e soprattuto da una Merkel, che essendo nata e vissuta all’Est prima di essere integrata all’Ovest dal grande Helmut Kohl (che lei per prima, primato della gratitudine, contribuirà ad eliminare per via politico-giudiziaria), da figlia di un prete, la sa molto lunga. Al punto che alla Merkel di provenienza Germania Est, comunismo dentro e fuori, non è neanche passato per la testa il legalizzare il partito comunista in cui pure la famiglia Merkel aveva sguazzato, avendo il suo bravo papà prete mica tanto dissidente.

Infatti, uno dei segreti della ripresa sociale ed economica della Germania del Dopoguerra (oltre agli sconti che gli alleati han fatto ai tedeschi a riguardo dei danni di guerra, mentre ovviamente l’Urss comunista ha fatto pagare ai tedeschi gli interessi fino all’ultimo rublo), risiede nel fatto che oltre al partito nazista la Germania ha subito messo fuori legge anche il partito comunista. Normale che siano avanti quei 75 anni rispetto a noi che abbiamo avuto i comunisti fino al 1990 con il nome Pci. Poi, caduto il Muro, abbiamo da trent’anni i comunisti con altri nomi e con tutti i mezzi giuridici possibili.

Lo abbiamo detto: l’essenza del comunismo italiano è lo statalismo condito col paternalismo e l’assistenzialismo perpetui. L’odio della libertà. Un’altra Italia è possibile? Anche questo lo abbiamo scritto. E adesso lo ripeto con una storia che mi ha raccontato un radiologo dell’ospedale San Raffaele di Milano. Gli arriva un brianzolo per una Pet. Lo sapete, quel sofisticato esame in cui occorre una particolare preparazione, la creatinina che non superi un certo valore di insufficienza renale e soprattutto glicemia non da diabete. Ecco, questo brianzolo si mise a conversare col medico e, venuti al tema glicemia-diabete, quello si fece cupo e commosso. Sua moglie era appena morta, appunto, per una complicanza da diabete. Venne fuori la storia di un matrimonio durato tutta la vita. E le vicende di gente attaccata al lavoro.

L’uomo era stato caposquadra di operai ad Augusta, Polo petrolchimico di Siracusa. Caposquadra di formidabili lavoratori che ogni anno vincevano premi di produzione. Che però incassava solo il caposquadra brianzolo e pochi altri a causa di una legge secondo la quale gli operai non specializzati non avevano diritto ai premi. Per ottenere la qualifica di “specializzati”, i cosiddetti Os, dovevano avere almeno la licenza elementare. E in quella squadra non ce ne era uno. Quindi niente specializzazione e niente premi di produzione.

È qui che inizia l’epopea della squadra operaia di Augusta. Con la casa del brianzolo e consorte che diventa una scuola, un anno di duro lavoro e di fantastico maestro Manzi improvvisato. Morale: tutta la squadra consegue l’agognata licenza di quinta. E i successivi premi di produzione. È quella gente lì che ha fatto grande il nostro paese. L’Italia che le Camere del lavoro non sono ancora riuscite a sfasciare del tutto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.