Cosa ci fa un ergastolano in giro a rapinare?

Attualità

Può sembrare una domanda populista, ma non lo è. La risposta, ad esempio ha circa 4000 anni di storia. Quindi no, non sarà un articolo che urla contro il lassismo buonista delle autorità carcerarie. Sarà una disamina di quello che non funziona a livello concettuale nel sistema attuale. E che ha portato, io credo inevitabilmente, alla situazione di cui sopra.

Breve riassunto dei fatti. Antonio Cianci è un pluriomicida condannato all’ergastolo. Ha compiuto il suo percorso rieducativo. È stato valutato, rivalutato, messo alla prova. Gli hanno dato un permesso di dodici ore. Ed ha rapinato un anziano rischiando di ucciderlo nel processo. Già. Ma come mai era fuori?

Premessa: la punizione ha tre elementi. Il più antico è la prevenzione generale: ti punisco affinché la società sappia che quel comportamento non sarà tollerato. La pena, quindi, non è commisurata con il reato, ma con la reazione che voglio suscitare. Avete presente il classico urlatore da social che chiede la pena di morte per qualsiasi cosa? Quello. La seconda è quella retributiva. Inizia con la legge del taglione, che è un presidio di civiltà enorme, perché prevede che non si possa cavare più di un occhio, per la perdita di un occhio. A noi pare barbarie, ma significa non si può ammazzare per un insulto. La terza è più moderna, e prevede che la pena serva per convertire il reo. E questo è il motivo per cui Cianci era fuori.

Da almeno due millenni si fa strada l’idea che il peccatore debba vivere per potersi convertire. Il che è, ovviamente, un pilastro di civiltà. Ha però alcuni piccoli problemi pratici. Il primo è che salta nuovamente la proporzione tra delitto e pena. Non stai più in galera in base alla gravità del fatto, ma finché non penso che tu ti sia riabilitato.

Questo è il nodo. Lui era fuori perché è stato creduto. Ora, intendiamoci, al di fuori dei regimi totalitari, questa concezione non è assoluta. Esistono un minimo ed un massimo di pena, questi sono commisurati alla gravità (e anche all’allarme sociale del reato. Nel diritto penale, come nel maiale, non si butta via nulla). Però l’idea della riabilitazione sta diventando sempre più preminente.

Quindi Cianci era fuori perché abbiamo deciso che poteva essere rieducato. Un’idea affascinante, anche se decisamente pericolosa. Per tutti. Persino per l’assassino. Perché, di fondo, si assume che anche al peggiore dei delitti si possa trovare una soluzione. Di fatto, che l’ergastolo sia abolito nei fatti. E questo è l’errore. Serve una pena definitiva. Perché la morte per cui viene irrogata certamente lo è. Se ammazzi quattro persone, la tua vita nella comunità deve terminare. Che tu cambi, oppure no. Che tu sia un altro, oppure no. Di Cianci ne esistono, per fortuna pochi. Ma ognuno di loro è un colpo sanguinoso alla certezza della pena.

Ed allora proviamo rispondere alla domanda iniziale: Cianci era fuori perché abbiamo paura di dire che non tutti devono essere recuperati. Non che non siano recuperabili: è proprio che l’atto del recupero è in sé inutile. Sono in carcere per espiare un crimine inespiabile. Fine. Se li fai uscire, vale tutto. Il sistema perde il suo culmine e crolla letteralmente su se stesso.

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