Le quote rosa del governo Renzi si sono autoeliminate

Economia e Politica

Milano 12 Dicembre – Erano belle e intelligenti. Rappresentavano il cervello vestito di bellezza. Ed era sottinteso “Non come le belle della destra”. Ed essere donna sembrava un titolo di merito e di garanzia. Ma pur tifando donna sempre e comunque, essere donna non può essere sempre e comunque sinonimo di efficienza. Un ironico e obiettivo articolo di Annalisa Chirico su Il Giornale analizza l’operato delle donne chiamate da Renzi al governo. Manca quella Mogherini di cui nessuno parla più perché semplicemente assente: “Non sono tutte Ivanka Trump. La figlia del presidente eletto degli Usa si è insediata al fianco del papà di cui è super consigliera.

Non solo per amore filiale, ma perché ha dimostrato sul campo di essere preparata, capace e dedita al lavoro. In Italia, nei giorni della crisi di governo, le prime poltrone a tremare sono tutte femminili. Gli appelli alle «quote rosa» hanno generato risultati non encomiabili. Non perché i ministri coinvolti non fossero femmine doc ma perché, alla prova dei fatti, hanno confermato quel che era più di un sospetto: essere donna in politica non basta. Non è titolo di merito né garanzia di successo.

Stando ai rumors, nel governo che verrà non ci sarà spazio per la titolare dell`Istruzione Stefania Giannini. L’ex montiana si è intestata una modesta riforma passata sotto lo slogan di «buona scuola» e, nonostante l`infornata di assunzioni, non è mai entrata in sintonia con il mondo degli insegnanti. Il secondo ministro dato in uscita è Marianna Madia, presenza tanto botticelliana quanto eterea, ha battagliato per una riforma della pubblica amministrazione bocciata dalla Corte costituzionale. S`imbizzarrì per un servizio di Chi che la ritraeva nella spontaneità di chi gusta un cono di gelato. Entrata nel governo in quota lettiana, Madia non si è mai guadagnata la fiducia del capo. Sarebbe giunto il momento dell`addio pure per il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Dopo aver seguito Alfano sulla via del centrosinistra con poltrone al seguito, l`ex capo segreteria di Paolo Bonaiuti, già firmataria di una prefazione poi ritirata a un libro sull`omeopatia, ha commissionato e approvato una campagna di comunicazione bollata come «inguardabile» dallo stesso premier e ampiamente criticata per i toni pedagogici e a sfondo razzista (formidabile l`opuscolo sulle «cattive abitudini» impersonate da ragazzi di colore). Se uno dei ministri testé menzionati saltasse, qualcuno oserebbe forse gridare alla parità di genere tradita o al colpo di stato sessista contro le donne? La verità è che, catapultate dagli uomini in posizioni di potere secondo una logica di quote – la montiana, l`alfaniana, la lettiana – e non per meriti personali, le donne ministro non hanno dato una esaltante prova d sé. Se licenziate in anticipo, dovremo augurarci che siano sostituite da persone in grado di scrivere una riforma senza censure di incostituzionalità, o di concepire una campagna di comunicazione che non sia fonte di imbarazzo.

Non ci siamo scordati di Maria Elena Boschi, il ministro delle Riforme, l`unica scelta dal capo in quanto volto femminile del renzismo sin dalla prima corsa alla segreteria del Pd. Con lui ha condiviso oneri e onori, e dopo aver dato il nome alla riforma bocciata dagli italiani, il suo passo indietro sarebbe una assunzione di responsabilità. Magari solo una pausa, una boccata d`ossigeno, che forse le avrebbe giovato già dopo il caso Banca Etruria. A differenza delle altre però Boschi ha saputo tessere le trame politiche per l`approvazione parlamentare, non scontata, della riforma. Non si può dire che non sia una abile politica. Per lei potrebbe valere l`antico adagio: scomparire quel tanto che basta per poi tornare.”

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