La videosorveglianza che smette di proteggerci e che inizia a guardarci troppo: il Garante sanziona

Attualità

La vicenda è di quelle che, a prima vista, sembrano quasi banali: un Comune veneto decide di usare le immagini delle telecamere installate per la sicurezza urbana per contestare l’assenza di una dipendente e procedere al suo licenziamento. Il Garante interviene, approfondisce, e alla fine sanziona l’ente per trattamento illecito dei dati personali (Provvedimento n.10196164 del 23 ottobre 2025,). Una multa di 15.000 euro, il cui valore simbolico è molto più alto.

Perché quell’errore racconta una verità scomoda ovvero che la tecnologia, quando viene maneggiata con leggerezza, finisce per travolgere regole, diritti e persino buon senso.

Le telecamere rassicurano. Trasferiscono l’idea di un presidio, di un confine sicuro. Ma è sufficiente usarle per uno scopo diverso da quello dichiarato (come è avvenuto nel caso di specie) per trasformarle in qualcos’altro: in un occhio che non protegge più, ma osserva. Un occhio che giudica.

Il Garante lo ha ricordato con fermezza. Le telecamere pubbliche non possono diventare un mezzo di controllo dei dipendenti. Non basta avere un’immagine per poterla usare “perché sembra utile”. Occorre rispettare le regole del GDPR. Un’informativa chiara, una valutazione d’impatto, la verifica che il trattamento sia proporzionato e necessario.

E qui il punto si allarga oltre il diritto.

Viviamo in un’epoca in cui ciò che è tecnicamente possibile tende a fare dimenticare ciò che è giuridicamente e socialmente accettabile. Se una telecamera può riprendere un ingresso, allora — si pensa — può riprendere anche una condotta. Se un’immagine può mostrare qualcosa, allora — si pensa — può dire la verità.

È un cortocircuito culturale prima ancora che normativo.

La vicenda del citato Comune mette in luce tre fragilità del nostro tempo.

La prima riguarda la fiducia. Il rapporto tra amministrazione e lavoratore non può trasformarsi in una relazione sorvegliata. Quando lo sguardo della telecamera esce dal perimetro della sicurezza e entra nello spazio del giudizio disciplinare, qualcosa si incrina.

La seconda riguarda la proporzionalità. Sussistono strumenti chiari e legittimi per verificare un’assenza o per accertare un inadempimento. Le scorciatoie tecnologiche sembrano più veloci, ma quasi sempre finiscono in una palude giuridica che poteva essere evitata.

La terza riguarda la responsabilità tecnologica, che oggi è una forma di responsabilità istituzionale. Chi amministra strumenti digitali — soprattutto nella Pubblica Amministrazione — deve sapere che ogni deviazione dalle finalità dichiarate è un passo falso che indebolisce la legittimazione stessa dell’ente.

In uno Stato di diritto i confini servono, e servono soprattutto quando nessuno li vede. Senza quei confini, la tecnologia — anche quella più utile — perde la sua neutralità e diventa un mezzo di controllo improprio.

La videosorveglianza continuerà ad essere indispensabile per la sicurezza urbana. Ma non può trasformarsi in uno strumento che tutto osserva e tutto utilizza. Ogni immagine ha un perimetro, un contesto, una finalità. Quando la tecnologia esce dal recinto che le è stato attribuito, non mette a rischio solo la privacy; mette a rischio ciò che regola i rapporti tra cittadini ed istituzioni.

Il provvedimento del Garante è un monito. Non contro la tecnologia, ma contro il suo uso disinvolto.

Avv. Simona Maruccio

simona@maruccio.it

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