Le regionali d’autunno si chiudono con un pareggio politico che racconta molto più dei numeri. Al netto del 3 a 3 tra centrodestra e centrosinistra, ciò che emerge è una serie di lezioni che Milano – città laboratorio, città dove nulla è mai scontato – farebbe bene a imparare. Perché, se è vero che ogni territorio ha la sua storia, è altrettanto vero che i trend politici parlano chiaro, e ignorarli sarebbe un errore strategico.
Senza una sfida vera, gli elettori restano a casa
La partecipazione è crollata: meno della metà dei 13 milioni di aventi diritto si è presentata ai seggi. Quando la gente non percepisce la posta in gioco, smette di sentire il proprio voto come utile. Ed è proprio in queste condizioni che a votare restano soprattutto quelli che, secondo la vox populi, “tanto perderanno”: i più motivati, gli irriducibili, spesso i più radicalizzati.
Lezione da imparare per Milano: se si parte sconfitti psicologicamente, si finisce sconfitti nelle urne. Una campagna rassegnata produce elettori rassegnati. E gli elettori rassegnati, semplicemente, non votano.
Il candidato conta più della “società civile” evocata nei talk show
Campania e Puglia dimostrano che la sinistra ha scelto figure forti, identitarie, riconoscibili: Fico e Decaro. Nomini noti, capaci di mobilitare consenso reale. Dall’altra parte, come in Puglia, il centrodestra ha risposto con candidati che non hanno avuto lo stesso peso politico né la stessa riconoscibilità.
È una crudele verità che spesso la politica si rifiuta di ammettere: la società civile appassiona i politici, non gli elettori. Gli elettori vogliono un candidato solido, competente, popolare. Punto.
Lezione da imparare per Milano: basta con i nomi deboli presentati come “civici” per compensare la mancanza di identità. Qui serve un candidato forte, credibile e competitivo. Il resto è rumore di fondo.
Mai attaccare figure popolari solo per calcolo elettorale
Il caso veneto è evidente: il traino di Zaia è stato determinante per la vittoria di Stefani e per il successo della Lega. Colpire figure molto amate dagli elettori – anche se interne a un altro partito – è politicamente miope e controproducente. Agli elettori questo gioco appare per quello che è: un autogol.
Lezione da imparare per Milano: valorizzare le figure popolari, anche quando non appartengono esattamente alla propria corrente, è una forma di intelligenza politica. Invece di indebolire chi funziona, bisognerebbe capire come far funzionare tutti meglio.
Niente è scritto: la sinistra non è condannata a perdere, la destra non è invincibile
Il quadro nazionale dimostra che quando la sinistra è unita e sceglie candidati forti, può vincere anche dove sembrava impossibile. Ma vale anche il contrario: quando il centrodestra si presenta diviso o con candidati non all’altezza, non c’è traino nazionale che tenga.
Milano, più di ogni altro luogo, è la città in cui nessuno può permettersi di sentirsi né spacciato né imbattibile.
Lezione da imparare per Milano: pagano coerenza, visione, nomi credibili e una reale voglia di vincere. Se manca anche solo uno di questi fattori, tanto vale restare a casa: l’elettore milanese non perdona improvvisazione e cinismo.
Conclusione
Le regionali non parlano solo ai territori in cui si vota: parlano all’intero Paese. E a Milano, in particolare, dicono una cosa molto semplice: chi vuole vincere deve crederci, scegliere bene e presentarsi con una strategia chiara e con un candidato all’altezza. Altrimenti, il destino non lo decidono gli avversari: lo decide l’astensione.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.
La bassa affluenza alle urne negli ultimi anni sta ha favorito i sinistroidi in parecchie zone del Paese. Questa è loro ‘forza’.