Il convegno di Forza Italia per la promozione dello sviluppo industriale

Attualità

Sabato 25 si è svolto il Convegno di Forza Italia “Un piano industriale per l’Italia e l’Europa” organizzato da Maurizio Casasco, Responsabile Nazionale Dipartimento Economia Forza Italia.

L’obiettivo consisteva nel raccogliere spunti e idee da inserire nel piano che FI presenterà al Governo tra 2 settimane.

Hanno partecipato due ministri: Antonio Tajani e Gilberto Pichetto Fratin, oltre a Paolo Barelli, Capogruppo di FI alla Camera, Maurizio Gasparri, Capogruppo di FI al Senato, Fulvio Martuscello, Capo Delegazione FI al Parlamento Europeo, Massimiliano Salini, Vice Presidente PPE Europarlamento, Commissione per l’Industria, la Ricerca e l’energia al Parlamento Europeo, Luigi Sbarra, segretario CISL oltre a una dozzina tra Presidenti di associazioni imprenditoriali, Imprenditori e Docenti universitari: un panel di relatori diversificato e di altissimo livello.

Gli argomenti trattati sono stati numerosi e risulta impossibile menzionarli tutti nello spazio di quest’articolo, necessariamente sintetico. Si riallacciano però tutti a tre grandi macrotemi: Energia, Burocrazia e Sviluppo, ovviamente interconnessi.

Energia

Costituisce il fattore primario di competitività in molti settori ad alto consumo energetico: nell’industria automobilistica ad esempio il costo dell’energia è sensibilmente superiore a quello del personale.

Purtroppo l’Italia è pesantemente penalizzata, con il costo del KWH superiore a quello della Germania, e quasi il doppio di quello della Francia. Dal momento che le nuove energie alternative (solare ed eolica) sono destinate a rimanere minoritarie (a livello mondiale rappresentano solo il 2% della domanda complessiva)a fronte di una domanda in rapida crescita, secondo quasi tutti i Relatori la soluzione non può che risiedere nel nucleare: occorre riprendere in considerazione anche quello tradizionale, aggiornato, pulito e assolutamente sicuro, in attesa che possano rendersi attivi quelli di ultima generazione, che richiederanno però non meno di 8 anni prima di entrare in funzione, con enormi vantaggi in termini di indipendenza oltre che in termini di costo.

Una soluzione originale consiste nella tecnica “fracking” largamente impiegata negli USA, che potrebbe essere adottata anche in Europa e in Italia, con costi addirittura più bassi rispetto agli States.

Burocrazia

Unanime la condanna della burocrazia, sia a livello nazionale che europeo, che appesantisce i costi, imbriglia  e ritarda i tempi di ogni iniziativa economica. Il risultato: l’Europa sta diventando meno attrattiva per gli investitori internazionali rispetto agli Stati Uniti, per i quali si profila un energico disboscamento delle norme burocratiche; l’Europa si dovrà allineare, pena la perdita di investimenti e sviluppo.

Sviluppo

Il settore manifatturiero ha fatto registrare negli ultimi 30 anni un declino continuo e impressionante: dal 21 al 14 % del PIL, tendenza che è indispensabile invertire quanto prima, e che pertanto necessita di interventi cospicui e significativi.

Fortunatamente il sistema dispone di presupposti invidiabili: la varietà merceologica è seconda solamente alla Cina e il nostro paese è il primo al mondo nei prodotti di altissima qualità (Made in Italy) e quarto esportatore a livello mondiale (626 miliardi annui).

Purtroppo sono presenti vari e importanti fattori frenanti che ci rendono svantaggiati nei rispetto dei nostri concorrenti internazionali, appesantimenti che occorre ridurre velocemente: mentre al Nord l’occupazione è allineata ai livelli medi europei (70%) al sud è solo al 40 %, la pressione fiscale che grava sulle imprese è eccessiva (59,1% complessivamente).

La riduzione della fiscalità, oltre a restituire ai cittadini spazi di libertà, si tradurrebbe in maggiori consumi, che generano maggiori entrate fiscali, e pertanto si autoalimenterebbe. Comunque sussistono spazi di intervento, destinando a tale obiettivo i 3 miliardi di € di utili Inail e altri enti statali per altri 3 miliardi, che consentirebbero di abbattere l’Ires dal 24 al 21%.

Sono stati citati altri interventi in grado di incidere positivamente sullo sviluppo: stop all’antagonismo ottocentesco tra imprese e lavoratori, snellimento degli adempimenti burocratici, che bruciano tra il 2 e il 3% del PIL, riduzione del debito pubblico, che in valore assoluto ha appena superato il livello monstre di 3.000 miliardi; non basta accontentarsi della sua sostenibilità espressa in percentuale del PIL, ricordiamoci che gli interessi giganteschi sono a carico del bilancio dello stato, e pertanto vanno a ridurre gli spazi per gli investimenti e si traducono in tasse a carico dei contribuenti.

Tra i suggerimenti, da citare anche il coinvolgimento di tutte le nostre Ambasciate nella promozione del nostro export.

Tra i fattori che appesantiscono il nostro sviluppo non si può dimenticare il Green Deal, sicuro fattore di appesantimento dei costi, generatore di inflazione e quindi chiaramente avversario della competitività.

Non si può continuare a porre l’ambiente davanti all’economia, al benessere sociale, e in definitiva davanti all’uomo; occorre cambiare mentalità e copiare dagli USA, dove il cittadino è sopra lo stato, e non il contrario come avviene in Europa, e dove lo stato premia i comportamenti economicamente virtuosi, mentre in Europa punisce quelli impropri.

Paolo Ponzano

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