Cosa poco nota, e poco pubblicizzata, è l’esistenza di un piccolo museo all’interno del complesso della basilica di Sant’Ambrogio, inaugurato nel 1949.
Vi è esposto parte del grande patrimonio artistico che è transitato o arrivato nel corso di millesettecento anni nella basilica, soprattutto opere che vennero poste sugli altari, affisse sui muri o semplicemente esposte.

Tra i vari oggetti vi sono cinque statuette in marmo dipinto, detti I Cinque Piagnoni, che però non facevano parte del patrimonio di Sant’Ambrogio, bensì della vicina chiesa di San Francesco Grande, probabilmente la più grande perdita artistica subita da Milano nella sua storia.
La chiesa di San Francesco nacque dalla fusione tra l’antichissima basilica di San Nabore, le cui origini risalivano addirittura al II secolo d.C. e la prima chiesa che i francescani costruirono a Milano a partire dal 1233. I francescani, in modo abbastanza inconsueto costruirono la loro chiesa, ovviamente dedicata a San Francesco, letteralmente addossata alla parte absidale della basilica di San Nabore.
Nel 1256 i francescani presero possesso anche di San Nabore e nel giro di pochi decenni, fusero le due chiese, creando un unico edificio di culto, con una navata lunga oltre ottanta metri. Era la chiesa più grande di Milano, che superava anche le due cattedrali allora esistenti, Santa Maria Maggiore e Santa Tecla. Ben presto la nuova chiesa di San Francesco, detta Grande, divenne sede delle cappelle e delle sepolture delle famiglie più nobili della città, venendo riccamente decorata e impreziosita da affreschi opera dei migliori maestri di tutta Europa. Tra queste, la Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci, oggi alla National Gallery di Londra.

Quando nel 1386 iniziò la costruzione del nuovo Duomo, a Milano iniziarono ad arrivare i pregiati marmi delle cave di Candoglia. Pochi decenni dopo, un ignoto scultore di scuola borgognona, probabilmente assunto dalla Veneranda Fabbrica del Duomo, realizzò, proprio col marmo di Candoglia, cinque statuette di monaci oranti, con il cappuccio sollevato a coprire quasi interamente il volto e le mani giunte in preghiera.
Non si sa se vennero realizzate su commissione o per un ex voto dello scalpellino, fatto sta che le cinque statue finirono nella chiesa di San Francesco Grande, poste su uno dei tanti altari che si trovavano nelle numerose cappelle.
Nel 1475 si svolse un Giubileo, aperto da papa Sisto IV, eletto al soglio pontificio con l’appoggio determinante del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza. Sisto IV, che era ministro generale dei Francescani, ripagò l’appoggio degli Sforza, eleggendo la chiesa di San Francesco Grande a Milano come luogo ove ricevere la piena indulgenza durante il Giubileo. Nel giro di poche settimane, oltre centomila fedeli si riversarono da tutto il nord Italia e anche dalla Francia, dalla Svizzera e dall’Austria, dentro la basilica di Porta Vercellina, per ottenere l’indulgenza senza doversi recare fino a Roma.
La gestione dell’ordine pubblico non fu delle migliori, se nei giorni di massima affluenza si registrarono numerosi morti, soffocati o calpestati dalla folla. Nella sola giornata di martedì 5 giugno 1475 morirono quindici fedeli mentre cercavano di entrare nella chiesa.

Questa enorme massa di persone, che spesso entrava in chiesa per la prima volta (erano anni molto difficili per la Chiesa Cattolica, screditata dalle indulgenze, dalla corruzione, dal nepotismo e dalla Riforma), rimanevano abbagliati dal lusso e dalle meraviglie che potevano osservare dentro la chiesa.
Tra le opere esposte vi erano anche le cinque statue in marmo che vennero ben presto soprannominate I Cinque Piagnoni.
Dopo la Controriforma di San Carlo Borromeo, le chiese a Milano tornarono a essere frequentate da grandi masse di fedeli e San Francesco Grande, con le sue enormi dimensioni, era ancora la più affollata della città e I Cinque Piagnoni erano ormai costantemente oggetto di culto.
Nella notte tra il 6 e il 7 settembre del 1668 San Francesco prese fuoco, la chiesa venne rovinosamente distrutta e crollò la facciata.
Venne ricostruita solo parzialmente, iniziando una lentissima decadenza.
Con le soppressioni del Giuseppinismo, nel 1781, iniziarono le spoliazioni del ricchissimo patrimonio artistico della chiesa e nel 1785 la Vergine delle Rocce di Leonardo venne venduta dal conte di Cicognara, amministratore dei beni dell’ordine soppresso, per centododici zecchini romani al pittore inglese Gavin Hamilton, che la portò in Inghilterra.
Il convento francescano, contiguo alla chiesa, venne chiuso e trasformato in un ospedale militare nel 1789 e, subito dopo, anche la chiesa venne adibita a magazzino.

Con l’arrivo dei rivoluzionari francesi le cose, se possibile, voltarono al peggio. Napoleone decise di far trasformare la grande chiesa nella caserma che doveva ospitare la sua guardia personale, i Veliti Reali. Nel gennaio 1807 vennero appaltati i lavori di demolizione che si svolsero, brutalmente, nel marzo e aprile, con l’uso di mine che arrecarono danni ai vicini edifici.
Il disprezzo, per quella che per quasi due millenni era stata una delle chiese più importanti di Milano e della Cristianità tutta, fu totale. Le distruzioni iniziarono dall’abside senza nemmeno rimuovere statue, decorazioni, lapidi e affreschi.
I resti di San Francesco diventarono materiale di risulta, usato per realizzare le fondamenta dell’Arco della Pace del Cagnola e l’anno dopo per consolidare le sponde del Naviglio Pavese.
I Cinque Piagnoni, al contrario di innumerevoli opere andate letteralmente a pezzi, si salvarono. Una mano ignota li prese dall’altare dove si trovavano e li portò nella vicinissima basilica di Sant’Ambrogio, dove sono rimasti sino a oggi.
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