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Taser a Milano: le comiche finali

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A Milano si è consumato un paradosso amministrativo e politico che merita di essere chiarito senza ambiguità: sei mesi di “sperimentazione” del taser che non hanno prodotto alcun dato utile, e oggi una delibera pronta ma paralizzata proprio da quell’assenza di evidenze che la sperimentazione avrebbe dovuto fornire.

Il punto non è tecnico. È politico. E, soprattutto, è metodologico.

La sperimentazione avviata nell’estate 2025 nasceva con l’obiettivo dichiarato di verificare l’utilità operativa del taser per la polizia locale. Sei dispositivi, operatori selezionati, centinaia di servizi svolti. Numeri che, sulla carta, avrebbero dovuto generare un set minimo di evidenze empiriche: frequenza di utilizzo, contesti di impiego, efficacia deterrente, impatto sulla sicurezza degli agenti.

Nulla di tutto questo è accaduto.

Il dato centrale – incontestabile – è che il taser non è mai stato utilizzato. Ma ciò che rende il quadro ancora più critico è il modo in cui quella mancata utilizzazione è stata prodotta: un impianto sperimentale costruito in condizioni operative che escludevano sistematicamente i contesti a maggiore rischio. Turni diurni, fasce orarie a bassa intensità di conflitto, impiego limitato. In altri termini, una sperimentazione che ha evitato esattamente le situazioni in cui lo strumento avrebbe potuto essere necessario.

Questo non è un dettaglio. È un vizio strutturale.

In ambito di policy pubblica, una sperimentazione è utile solo se disegnata per stressare lo strumento nelle condizioni critiche per cui è stato pensato. Qui è avvenuto l’opposto: si è testato il taser in condizioni in cui era prevedibile che non sarebbe servito. Il risultato è stato inevitabile: zero utilizzi, zero dati, zero capacità di valutazione.

E infatti oggi il dibattito politico si arena proprio su questo punto. Da un lato, la giunta guidata da Giuseppe Sala ha già formalizzato la volontà di rendere il taser una dotazione stabile, inserendolo nel regolamento della polizia locale come “arma propria” destinata a ridurre i rischi per gli operatori. Dall’altro, una parte della maggioranza – in particolare nel Partito Democratico – utilizza l’assenza di utilizzi durante la sperimentazione come argomento per bloccare il provvedimento.

È qui che emerge il cortocircuito.

La sperimentazione non ha dimostrato che il taser non serve. Ha dimostrato che non è stato testato. Ma in assenza di dati solidi, la politica si rifugia nelle proprie premesse ideologiche: chi era favorevole resta favorevole, chi era contrario trova nella “non evidenza” un appiglio per fermare tutto.

Il risultato è lo stallo attuale: una delibera pronta, ma ferma prima ancora di arrivare in aula, bloccata dal mancato passaggio in commissione Sicurezza e dalle divisioni interne alla maggioranza.

Nel frattempo, però, il dato sostanziale resta: gli agenti continuano a operare senza uno strumento che, in molti altri contesti urbani, è già considerato standard per la gestione di situazioni ad alta tensione.

Ed è qui che il tema smette di essere procedurale e diventa sostanziale.

Test inutili producono risultati disastrosi. Non perché dicano qualcosa di sbagliato, ma perché non dicono nulla. E quando la decisione pubblica si fonda sul nulla, a riempire quel vuoto intervengono inevitabilmente le posizioni ideologiche.

In questo caso, il danno è doppio.

Da un lato, si è persa l’occasione di costruire una base informativa seria: una sperimentazione condotta anche in orario notturno, in contesti critici, avrebbe fornito dati reali su utilizzo, deterrenza, rischi e benefici. Dall’altro, si sta oggi perdendo tempo prezioso nel momento in cui sarebbe necessario decidere.

Perché il punto, al netto di ogni retorica, è semplice: la sicurezza degli agenti e dei cittadini non può essere ostaggio di una sperimentazione costruita male.

Il taser non aveva bisogno di un test simbolico. Aveva bisogno, semmai, di una valutazione seria o di una scelta politica chiara. Invece si è scelta una terza via: una sperimentazione di facciata, utile a rinviare la decisione e a coprire le divisioni interne.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mesi persi, risorse impiegate senza ritorno conoscitivo, e oggi una città ferma su una decisione che avrebbe dovuto essere già assunta.

Ancora una volta, l’ideologia batte la realtà. E quando accade in materia di sicurezza, il prezzo non è solo politico. È operativo. Ed è pagato, ogni giorno, da chi lavora sul territorio senza tutti gli strumenti disponibili.

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