Carcere minorile e riscatto: il progetto “Andemm” a Milano

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In un approfondito articolo pubblicato su Settimana News, la giornalista Giulia Villa esplora l’esperienza di “Andemm”, un’iniziativa che mette al centro il dialogo tra giovani e società. Libera, la rete di associazioni contro le mafie e per la giustizia sociale, si impegna attivamente in questo percorso attraverso il progetto nazionale Amunì, che a Milano prende appunto il nome di “Andemm”. L’obiettivo è lavorare con i giovani in “messa alla prova” (MAP), un istituto giuridico che sospende il processo penale per favorire percorsi di risocializzazione e riparazione, basati sulle caratteristiche personali del ragazzo piuttosto che sulla sola tipologia di reato.

Il racconto delle storie

Come riportato da Giulia Villa, il cuore del progetto consiste nell’invitare i ragazzi ad affrontare i propri lati più oscuri. Attraverso le testimonianze di chi ha subito la violenza mafiosa, si cerca di rompere il meccanismo della negazione. Il gruppo — composto da volontari di Libera, ragazzi in MAP e un’operatrice dell’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni (USSM) — si riunisce ogni due settimane per riflettere sulle ingiustizie commesse e subite, cercando di concepire un mondo più giusto attraverso l’ascolto dell’altro.

Durante i primi incontri è emersa una differenza di prospettiva: mentre i ragazzi si concentrano sulla crescita individuale, i volontari sottolineano il valore del gruppo. Da qui è nata una riflessione profonda sul legame tra cambiamento del singolo e cambiamento collettivo.

Il ruolo della società

Dall’analisi di Villa emerge come la società sia l’ambiente cruciale in cui avviene l’evoluzione. Sebbene la volontà individuale rimanga il motore indispensabile per un cambiamento duraturo, la società deve offrire una “mano tesa”. Spesso i ragazzi si avvicinano alle figure istituzionali con diffidenza, temendo il giudizio altrui. Il compito di “Andemm” è creare uno spazio libero da pregiudizi, dove l’empatia possa alimentare una dinamica positiva di crescita.

Atto e responsabilità: in memoria di lea

Un tema centrale è la responsabilizzazione. I giovani autori di reato tendono spesso a sminuire le proprie azioni; ascoltare il dolore dei familiari delle vittime di mafia li costringe a confrontarsi con l’ineluttabilità delle conseguenze prodotte.

L’articolo cita l’esempio toccante del 24 novembre, anniversario della morte di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano. In quell’occasione, i ragazzi di “Andemm” hanno partecipato attivamente alla cura del giardino comunitario dedicato a Lea in viale Montello. Nonostante la pioggia battente, molti sono rimasti per tutta la durata del corteo e della cerimonia. Questo momento di memoria condivisa ha permesso loro di sentirsi utili e di legarsi a una storia capace di ridimensionare la loro percezione di giustizia e solidarietà.

Rapporti di parità

La forza del progetto risiede nel rapporto di parità tra volontari e ragazzi. Le regole del percorso vengono scritte e validate insieme, valorizzando l’opinione di tutti. Giulia Villa racconta un episodio significativo: quando si è dovuto discutere della possibile interruzione della MAP per un ragazzo, Simo, che aveva saltato alcuni incontri, la decisione è stata presa collegialmente.

Ascoltando i ragazzi prima di esprimere il proprio parere, è emerso che la regola non deve avere un fine punitivo, ma serve a riconoscere il valore dell’impegno preso. Poiché Simo ha dimostrato di aver colto il senso del percorso, il gruppo ha deciso di non revocare la sua partecipazione. Questo modello di inclusione e fiducia rappresenta, in definitiva, l’unica vera alternativa per trasformare l’errore in un’occasione di evoluzione e giustizia sociale.

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