«Il diavolo veste Prada 2» a Milano: i retroscena segreti delle comparse.

Cultura e spettacolo

Milano, un set blindato. Tra Palazzo Parigi, Brera e l’alta moda, sono in corso le riprese de «Il diavolo veste Prada 2» con le star di Hollywood. Per 7.000 aspiranti, solo uno su quattro ha ottenuto un posto. Ma la vita da comparsa qui è un elastico teso tra il glamour e l’assoluta segretezza.

È domenica sera. Squilla il telefono, a Milano i computer sono spenti, ma il set si accende. «Domani alle 11.30, Fatebenefratelli. Auto con il pieno, pulita. Dress code: non appariscente». Zero dettagli. Le chiamate arrivano all’ultimo per depistare curiosi e paparazzi: è la prima regola.

La mattina dopo, come racconta Il Corriere, venticinque auto in colonna, decine di comparse a piedi. Dieci vengono scartate seduta stante: «Numeri sbagliati, scusate». È il rigore spietato della produzione. Il resto è un’attesa lunghissima: telefoni spenti, accordi di riservatezza blindatissimi, zero spoiler. Il primo ciak è alle 19.30. La carovana si muove da Palazzo Parigi, attraversando San Marco, via Montebello e Porta Nuova. La città si trasforma in un minuto: fari che tagliano i cornicioni, walkie-talkie con nomi in codice, odore di lacca.

Tra gli ingaggi più bizzarri, c’è lo studente di Medicina che, dopo un casting serrato, è stato assoldato solo per passare con la sua auto. O i ballerini chiamati apposta per attraversare via Montenapoleone con un passo leggero, quasi sospeso: comparse che sfiorano l’alta moda senza mai capirla davvero.

Ai casting si sono presentati in settemila, uno su quattro è stato opzionato. La fila è uno spaccato della città: hostess, uno psicoterapeuta, un manager in pensione, persino una professoressa del linguistico con i compiti da correggere. È la parte bella: uno scambio di storie e trucchi che non avverrebbe mai altrove.

La parte meno glamour? Il compenso: cento euro lordi a giornata, centocinquanta se l’auto è richiesta in scena. Il cinema non fa sconti: regala un brivido, non uno stipendio da diva.

Intanto, la sorpresa più sussurrata è una controfigura per Meryl Streep: stesso portamento, stesso taglio, pronta per reggere i ritmi frenetici, le prove luci e, forse, a depistare i ficcanaso. Mentre tutti cercano Anne Hathaway, il film si sposta due strade più in là.

Il quartier generale è in via Tortona, al Mudec, dentro un capannone industriale trasformato in un caos organizzato di griglie di luci e file interminabili di abiti. La prima regola è necessaria e spietata: nessuna comparsa deve essere riconoscibile. Niente loghi, tatuaggi coperti, gioielli ridotti al minimo. L’eleganza deve essere invisibile, lo sfondo che tiene il ritmo.

Un manager, “trascinato dalla moglie”, ha affrontato due ore di prove costumi per un “pranzo elegantissimo”: lui in nero, lei in lungo di chiffon. La location di quel ciak è segretissima, tutti pensano a “Parigi”, ma si gira a Milano. La città che si presta, si traveste e si nasconde dietro i teli neri.

A fine giornata, le comparse se ne vanno stanche, ma con la testa piena di conoscenze nuove. Per una volta, stare sullo sfondo basta e avanza. Perché un ricordo stellare in campo lungo – quando l’inquadratura è giusta – è da raccontare.

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