C’è una parola strana che da qualche tempo mi rimbalza in testa: Slopocene.
L’ho incontrata per caso, leggendo un articolo su un blog internazionale. Mi ha colpito subito, come certi scatti fotografici che restano impressi, anche se non sapresti spiegare il perché.
Slop, in inglese, significa miscuglio, disordine, qualcosa di abbondante ma indistinto. E Slopocene indica proprio questo: l’epoca del sovraccarico informativo, in cui la tecnologia, invece di aiutarci a capire, ci travolge con contenuti sintetici, prodotti in massa da intelligenze artificiali. È l’età in cui le AI generano testi, immagini, video, contenuti di ogni tipo e in ogni momento. Molti sembrano perfetti, pochi sono profondi. teTutto appare urgente, sebbene quasi nulla sia essenziale. E mi è venuto da pensare che è proprio la sensazione che provo quando apro il telefono al mattino: notifiche, articoli, post, reel, messaggi automatici. Scorro, salto, salvo. Poi dimentico. Lo Slopocene è anche questo: un tempo in cui non leggiamo più per capire, ma per non restare indietro.
Mi chiedo allora dove finisca l’intelligenza artificiale e dove ricominci l’essere umano. E, da avvocato, mi domando ancora di più: dove si ferma la responsabilità? Dove si nasconde la consapevolezza?
Nel mio lavoro, ogni parola ha un peso. Ogni frase può generare conseguenze. Eppure oggi accade che testi giuridici vengano redatti da algoritmi che non conoscono né il diritto, né le persone a cui si rivolgono. Basta una clausola formulata male per scatenare un contenzioso. Oppure Basta un deepfake ben fatto per distruggere una reputazione. Basta un testo “perfetto” per non dire più nulla.
Quindi mi domando: come restare presenti in un tempo che ci chiede di delegare tutto all’AI?
È qui che, a mio parere, entra in gioco la AI literacy, cioè la capacità non solo di usare gli strumenti di intelligenza artificiale, ma di comprenderli, valutarli criticamente, farci le domande giuste. Chi li progetta? Quali dati usano? Cosa nascondono i risultati? Senza queste competenze, rischiamo di affidarci a modelli che semplificano il mondo (che non capiscono) e, in cambio della comodità, ci chiedono di spegnere il nostro senso critico. Al di là di ogni obbligo normativo, ritengo prioritaria – in quanto prima misura di sicurezza – l’ alfabetizzazione digitale, per imparare ad usare l’intelligenza artificiale senza esserne usati.
L’intelligenza artificiale non è il nemico. Lo ripeto spesso anche nei corsi di formazione che tengo. A mio parere è uno strumento potente, capace di alleggerire lavori, aprire possibilità, colmare distanze. Nell’esercizio della professione forense cerco ogni giorno di tenere insieme il rigore del diritto e la complessità della trasformazione digitale. Non è facile, ma è necessario. Perché la disinformazione non è solo un problema tecnologico: è una questione giuridica e DEONTOLOGICA. Ed anche democratica. La mia ultima riflessione è che non possiamo restare spettatori. Il rischio più grande non è che le macchine diventino troppo intelligenti, ma che noi smettiamo di esserlo. Ed è proprio questo che mi suggerisce lo Slopocene: non di alzare muri contro l’innovazione, ma di recuperare uno sguardo consapevole ed informato. Mi ribadisce che il pensiero critico resta sempre indispensabile.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.