MilanoPost Maurizio Gabbana

REFLEX – MAURIZIO GABBANA

Cultura e spettacolo

A chi ti sei ispirato nella composizione di questi versi?

Nella composizione di Reflex non mi sono ispirato a nessun poeta, sono momenti di silenzio e sguardi, momenti di riflessione in cui ho scritto. Ispirato… Se si legge all’inizio ci sono pensieri, riflessioni osservando la gente, il cielo, il mare, i monti, gli alberi cosa avviene? Un po’ come, analizzando il titolo del libro, Reflex è il mezzo fotografico che riceve immagini attraverso l’obiettivo, e c’è uno specchio all’interno che riflette sulla pellicola, e Reflex rappresenta una riflessione. E’ come se io avessi, attraverso i miei ascolti visivi, silenziosi, riflesso dentro di me e trascritto. Non mi sono ispirato a nessuno se non a ciò che vedevo e sentivo: il Creato.

I protagonisti e destinatari dei tuoi versi?

Non ci sono protagonisti, sono momenti quasi visivi.

Spazio all’immaginazione?

Non è un’immaginazione, anche se all’interno ci sono fotografie che sono immaginarie. C’è una riflessione e la riflessione è un momento di Deserto, che tu fai e senti e da questa situazione ti fai attraversare mediti e scrivi.

Cosa raccontano i tuoi versi ?

I miei versi raccontano la vita quotidiana, e da credente tutto ciò che circonda l’uomo: che è FIGLIO.

Come nasce Reflex?

Ho raccolto un certo numero di versi e mi sono interfacciato con alcuni curatori. Io sono un artista, un fotografo e per me lo scrivere (che non sono un poeta o un sapiente), verte nell’unione tra connessione e meditazione. All’interno di questa serie di testi meditativi ho inserito fotografie, fotografie con ispirazioni poetiche, perché un poeta va oltre la presenza fisica. Ho creato come i poeti delle situazioni immaginarie, utilizzando la sottrazione dei pixel e sottraendo i pixel, la sottrazione mi ha dato un resto che parla attraverso le fotografie. Queste immagini non sono create con l’intelligenza artificiale, sommando ed accorpando una serie di particolari e parti delle mie fotografie, ho creato un ambiente poetico e romantico.

Paesaggi che ti hanno condizionato ed a cui ti sei ispirato…il mare, il cielo?

Il mare rappresenta l’immensità, lo spazio che hai a disposizione, ciò che puoi fare. Il mare con la nebbia è ancora più infinito perché non vedi l’orizzonte, sai che c’è ma non lo vedi, te lo puoi immaginare e diventa ancora più immenso. Io vivo al mare e quindi questo mi ha aiutato ad isolarmi e rilassarmi. Oggi si parla di fare yoga ma da cattolico praticante, per me importante è la figura del deserto, immagine di isolamento riflessivo, che è un ambiente in cui non parli con nessuno ma ti fai attraversare da tutto ciò che ti circonda, dalle persone che vedi, con cui dialoghi ed ascolti. L’ ascolto non solo con le orecchie ma l’ascolto avviene con il cuore, ,mentale e spirituale. Emerge una connessione luce ed ombra propria di un avvenimento serale. L’ombra ce la portiamo dietro tutta la vita, è un riflesso nostro. Anche il cielo è protagonista: l’uomo è l’unico essere vivente in grado di guardare il cielo perchè può alzare la testa. Gli altri animali non possono fare questo. All’inizio ho avuto timore nel comporre quest’opera, il mio mestiere è un altro ma avendo accorpato una serie di versi sono riuscito.

Si parla di caducità del tempo. Cosa rappresenta per te il tempo?

Il tempo è la vita che noi abbiamo a disposizione, un periodo di cui disponiamo per poter condividere la propria vita con gli altri. Condividere in senso costruttivo e positivo. Tutto quello che rimane è vago. Noi siamo accanto al Duomo di Milano, i cui lavori iniziarono nel 1395.Io quando non ci sarò più, il Duomo ci sarà ancora e ci sarà altra gente che lo vedrà ed andrà a visitarlo, come ci sarà altra gente che passeggerà per Vittorio Emanuele. Il tempo è vivere una vita non precaria ma vivere una vita intensamente, pensando di poter lasciare attraverso i propri talenti, qualcosa alle persone che incontri e che un giorno lascerai.

Nell’opera si citano gli uomini selfisti… ci spieghi chi sono?

Gli uomini selfisti sono degli Adoni. Chi si fa un selfie in piazza Duomo a Milano, nella maggior parte dei casi non lo fa per far vedere il monumento ma lo scatta per dire indirettamente :”Io mi trovo a Milano, in piazza Duomo, il Duomo è dietro! Guardami mi trovo a Roma, Torino”!. Nel mondo del selfie sei tu il protagonista non la città o il monumento. Si parla di un narcisismo di uno specchiarsi per dirsi che si è belli e bravi. Il selfie può essere anche incoraggiante ma è uno specchiarsi continuo. La mattina uno si specchia per riordinarsi ed uscire non per esibizione. Prevale l’egocentrismo. La quotidianità è per tutti uguale. Se si passeggia per Vittorio Emanuele si guardano principalmente le vetrine ma non ti accorgi di ciò che avviene intorno, non ci sono solo le vetrine ma c’è dell’altro: ci sono persone allegre, felici e tristi.

A proposito di uomini selfisti cosa pensi di questa generazione sempre più condizionata dalla tecnologia?

Non sarà per tutti così. Ciò comporta una superficialità, non un approfondimento. Il selfismo è un ritrarsi, farsi un autoritratto, Anche i grandi maestri l’autoritratto lo dipingevano ma non solo autoritratti. Il selfie è fine a se stesso, puoi ricevere il like sui social ma alla fine finisce là.

Dai tuoi versi emerge un tema toccante ossia della violenza domestica. Che messaggio lanci ai giovani?

Considerato il tema della violenza non c’è da lanciare un messaggio ai giovani ma alle famiglie. Esiste una violenza di genere, c’è violenza verso mondo femminile ma anche verso quello maschile. Tutto questo deriva da male educazione all’affettività, dal poco amore in famiglia, dalla fatica ad accettare i no. In famiglia se c’è rispetto, condivisione, reciproca fiducia, reciproco perdono, reciproca misericordia a tutto ciò non si arriva. Tutti sbagliamo, nessuno è esente. I primi miti per i bambini sono la mamma ed il papà. Prima la mamma, perchè un bambino quando ha bisogno di qualcosa si rivolge sempre prima alla mamma…è genetico, è spontaneo, è un istinto. Istinto anche animale, perchè tutti i cuccioli cercano la madre e non il padre. In famiglia gli scontri ci sono, meglio non davanti ai figli, altrimenti sono obbligati a prendere una posizione, obbligati a dire chi mi vuole bene uno rispetto all’altro, quindi messi in difficoltà, difficoltà che si portano a vita. Spesso subentrano traumi, come alcuni figli maschi che odiano la madre, assurdo e grave. Per le ragazze ciò avviene durante l’adolescenza, la mamma diventa antagonista e si vuole indipendenza dalla mamma. Spesso si parla di patriarcato. Chi erano i patriarchi? I patriarchi erano personaggi biblici che amavano la loro grande famiglia e facevano del bene. Nelle famiglie di oggi non possiamo parlare di patriarcato. Il patriarcato non c’è più, siamo in due. Si parla, secondo me e sarebbe più giusto utilizzare il termine di autoritarismo. Emerge un forte autoritarismo da parte di una persona sull’altra. Quando nel mondo due autoritari si scontrano, viene fuori una guerra. E’ quello che succede anche in famiglia e qualcuno ci rimette.

Nei tuoi versi accenno all’America ed ad alcune città americane. Perchè?

Noi pensando a New York veniamo condizionati da questo termine che si chiama La Grande Mela…,aggiungerei bacata perchè non è vero! Se si va in America e si ha la possibilità di stare una settimana, dieci giorni visitando, vivendo la città ed osservando quello che succede intorno a Times Square, Central Park emerge solitudine, povertà. Non è vero. Si trovano senzatetto a pochi metri da Times Square ,che si rifugiano nelle chiese cattoliche, anglicane o protestanti, perchè non hanno niente e vertono in situazioni di povertà.

Ti amo più dell’ultimo… più dell’ultimo infinito…Versi toccanti…

Versi toccanti, miei. Sono dentro dell’anima e spero che chi li legga possa trarne qualcosa di buono.

 

Linda Tarantino

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