Condanniamo la brutalità del singolo, non tutti gli uomini!

Società

Giulia e Filippo, due ragazzi come tanti che si erano conosciuti all’università, facoltà di Ingegneria Biomedica di Padova, dove entrambi studiavano: lì era nato il loro amore, una relazione durata quasi due anni; poi una pausa di riflessione e infine la separazione, voluta da lei, ma mai del tutto accettata da lui.

L’amore lascia lo spazio all’amicizia, e i due continuano a frequentarsi sia da soli che in gruppo, con il benestare delle famiglie di entrambi, a cui questa decisione non sembra affatto strana; se è vero, tuttavia, che a 22 anni si è ormai adulti, e quindi legittimati a compiere scelte in autonomia, è altrettanto vero che non è una consuetudine che due ragazzi giovani si lascino per poi continuare a vedersi, a frequentarsi in gruppo, ma anche da soli, senza aver trovato un nuovo amore.

Un segnale che, invece, avrebbe dovuto essere colto come tanti altri: il controllo, il possesso, la manipolazione, e il senso di inferiorità di Filippo, tutti campanelli d’allarme riconducibili ad una relazione tossica che andava avanti da tempo.

Giulia era una ragazza dal viso dolce e dai modi semplici, lo si evince dai filmati trasmessi in questi giorni in TV; diplomata con il massimo dei voti, un’intelligenza sopra la media e una grande facilità di apprendimento, così la ricordano i suoi professori.

Un viso da ragazzina, ma il cuore già temprato dalle sofferenze patite a seguito della morte della madre, quello stesso cuore che con generosità l’aveva portata ad adattarsi alla frequentazione con Filippo, nonostante non ne fosse del tutto convinta; alla sorella aveva confidato che lui era geloso e possessivo, voleva che studiassero sempre insieme, e soprattutto che lei rimandasse la discussione della tesi per aspettarlo: lui era rimasto indietro di qualche esame rispetto a lei, e mal sopportava che Giulia si laureasse prima di lui.

Filippo non poteva più vivere senza di lei, aveva proiettato su Giulia frustrazioni e disagio psicologico; avrebbe voluto trovare un modo per tenerla sempre legata a sé, ma lei si stava inevitabilmente, e sempre di più, allontanando da lui: la laurea di lì a pochi giorni, e il sogno di diventare illustratrice frequentando un corso di disegno e fumetti a Reggio Emilia, e quindi lontano da casa.

L’epilogo di questa storia è quanto di più tragico possa accadere ad una donna; dopo una serata trascorsa insieme, a Giulia vengono inferte a più riprese una ventina di ferite da arma da taglio, al collo e in altre parti del corpo; in un primo momento in un parcheggio vicino casa, poi – quando lei tenta di fuggire – lui la raggiunge, la prende a calci e infierisce di nuovo su di lei.

La carica in macchina, e – per impedirle di urlare – le chiude la bocca con del nastro adesivo che aveva acquistato giorni prima su Internet, e poi la getta in un canalone vicino ad un lago, situato ad un paio di ore di auto dal luogo dell’aggressione, vicino Pordenone.

Poi fugge verso la Germania, percorre un migliaio di km, e quando viene arrestato confessa di aver ucciso la sua fidanzata, ma anche di aver cercato più volte di puntarsi un coltello alla gola, senza tuttavia aver trovato il coraggio di farla finita.

Filippo è ritornato in Italia sabato scorso, sarà interrogato dal GIP presumibilmente oggi, l’autopsia su Giulia è stata invece programmata per i primi giorni di Dicembre.

Giulia è l’ultima vittima in ordine di tempo; prima di lei, soltanto nel 2023 – non ancora concluso – sono state uccise più di altre 100 donne, alle quali si aggiungono tutte quelle maltrattate, molestate e stuprate, vittime di cui non esiste una statistica ufficiale.

La Lombardia detiene un triste primato: si è riscontrato che è la regione che negli ultimi 6 anni ha avuto il numero maggiore di femminicidi di tutta l’Italia, mentre in Molise non è mai stato commesso un reato di tale gravità; lascio pertanto a chi ha più competenze di me analisi e valutazione di questi dati.

In via generale, i casi più frequenti sono innegabilmente quelli legati alla sfera sentimentale: gelosia, amore possessivo e morboso; ma non possiamo di certo dimenticarci della violenza di genere: dagli atti fisici a quelli psicologici, gli episodi di violenza avvengono principalmente fra le mura domestiche, e, nella gran parte delle circostanze, a commetterli sono parenti, partner o ex partner delle vittime.

Questo tristissimo episodio non solo ha scosso l’opinione pubblica, ma l’ha quasi spaccata in due: se è giusto condannare un ragazzo che, con presumibile premeditazione, (in auto aveva un coltello, del nastro adesivo, guanti e sacchi della spazzatura), ha brutalmente commesso un reato aberrante, è invece ingiusto, a mio parere, condannare a priori tutti gli uomini, facendoli sentire “colpevoli” di un reato che non hanno commesso, come se si dovessero vergognare di appartenere alla categoria maschile.

La storia di Giulia ci ha inevitabilmente sconvolti, e, quel significativo minuto di “rumore” che i ragazzi hanno fatto tutti insieme giorni fa nelle scuole, aveva certamente un senso, perché fare rumore serve a non tacere, e a dire basta alla violenza sulle donne!

Stiamo assistendo, tuttavia, a veri e propri comportamenti “borderline”, che mi portano a considerare che non siamo affatto sulla strada giusta.

Le manifestazioni sono facili da organizzare, ma un ragionamento concreto, atto a promuovere un vero cambio di rotta culturale è molto meno facile da attuare; a cosa serve l’uso di un linguaggio verbale aggressivo, con slogan come “distruggiamo e bruciamo tutto”,  “le streghe son tornate, quelle che si son salvate”, oppure  “maschi bruttoni voi non siete i capi”?.

Atteggiamenti e slogan di questo tipo “fanno rumore”, ma sicuramente non portano alla soluzione del problema: penso che Giulia non avrebbe voluto questa sorta di “caccia all’uomo”, così come tante altre donne che hanno perso la vita prima di lei, barbaramente uccise dai loro mariti, fidanzati o ex, in Italia e nel resto del mondo.

Non esitiamo ad indignarci e a condannare, ma – se portiamo avanti una giusta battaglia per combattere la violenza sulle donne usando queste modalità – rischiamo di riversare tutte le colpe sulla società, e deresponsabilizziamo il vero carnefice, un ragazzo che NON è “un figlio sano del patriarcato”, così come è stato definito dalla sorella della vittima; Filippo è un “ex bravo ragazzo che ha compiuto un gesto mostruoso”.

Se non fosse così, infatti, pur accettando senza riserva alcuna la tesi che la nostra società sia “patriarcale” al 100%, tutti gli uomini, partendo dall’età della ragione, dovrebbero uccidere le proprie fidanzate, mogli, amanti ed ex.

Quello che non si dovrebbe fare, inoltre, è strumentalizzare un omicidio a scopo politico, come sta invece accadendo, servendosi di un fatto cruento per portare nelle manifestazioni altre tematiche, è una sorta di manipolazione anche questa.

È comunque assodato che un cambio di rotta culturale vada assolutamente perseguito: nella società, nella scuola, e nella famiglia stessa.

La società, purtroppo, è ancora lontana dal garantirci la parità uomo/donna, e questo si nota un po’ in tutti gli ambiti, principalmente nel mondo del lavoro, dove – a parità di mansioni – la donna percepisce uno stipendio inferiore; in Italia, nel settore privato, le donne guadagnano circa il 15% in meno degli uomini, e, secondo il Global Gender Gap Report 2023 del World Economic Forum, la parità in busta paga tra uomini e donne sarà raggiunta soltanto nel 2154: assurdo e profondamente ingiusto, perchè l’equità salariale è importantissima per l’indipendenza economica delle donne, spesso costrette ad accettare amori tossici e rapporti sbagliati solo perchè non hanno altre vie d’uscita.

La società, quindi, è la prima che discrimina, e questo non avviene soltanto in Italia; come sottolineato dalla Commissione Europea nella comunicazione relativa alla strategia per la parità di genere 2020-2025, nessun stato membro ha finora realizzato la parità fra uomini e donne: i progressi sono lenti, e i divari di genere persistono nel mondo del lavoro, livello di retribuzioni, assistenza e pensioni, così come nelle posizioni dirigenziali, e nella partecipazione alla vita politica e istituzionale.

A livello globale, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere e dell’emancipazione di tutte le donne rappresenta uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che gli Stati si sono impegnati a raggiungere entro il 2030 (fonte: Camera dei Deputati, documentazione parlamentare, Costituzione, diritti e libertà, parità di genere, anno 2022).

Per quello che invece concerne la scuola, sull’onda dell’indignazione che ha scatenato l’omicidio di Giulia, il Senato ha approvato pochi giorni fa un disegno di legge contro la violenza sulle donne; si tratta di un pacchetto di misure che punta a rafforzare il “codice rosso”, grazie al potenziamento di strumenti come il braccialetto elettronico, la distanza minima di avvicinamento e l’ammonimento, ma queste misure a molti non sembrano sufficienti, in quanto repressive, ma non preventive; si chiedono pertanto delle linee guida da seguire per insegnare nelle scuole, dalle elementari alle superiori, l’educazione alla parità dei sessi, e quindi al rispetto di tutte le differenze, (sesso, genere e orientamento sessuale), così come la prevenzione alla violenza, e alle varie discriminazioni.

L’idea è buona, forse un po’ ambiziosa, ma credo che sia lecito interrogarsi su come si potrebbe avere la certezza di reperire del personale adeguatamente formato, e che sia quindi in grado di relazionarsi persino con bambini di tenera età.

Inoltre, se è vero che la scuola dovrebbe anche essere formativa per l’attitudine e  il  carattere degli studenti, e quindi non limitarsi ad un insegnamento puramente nozionistico, credo che il cambiamento più radicale potrebbe essere portato avanti soltanto in seno alla famiglia, che ha indubbiamente un compito più difficile di tanti anni fa.

Il mestiere di genitore non è mai stato facile, questo è palese, ma adesso, oltre al ruolo educativo, è necessario che i genitori vigilino sulla personalità dei propri figli sin da piccoli, proprio perchè i pericoli a cui, per esempio,  è esposto un minore nell’uso della rete telematica, rendono necessaria una sua tutela.

I giovanissimi di oggi saranno gli uomini e le donne di domani, e a loro andrebbe per prima cosa insegnato il rispetto verso tutto il genere umano, la comprensione di quella diversità naturale fra i sessi che potrà rappresentare un utile punto di forza in futuro, sia in ambito familiare che professionale:  qualora si dovesse, ad esempio, lavorare in squadra, dove non arriverà la capacità di un uomo arriverà quella di una donna, e ovviamente viceversa.

Uomini e donne dovranno essere al 100% uguali in tutti i diritti, questo è il grande sforzo che dovrà compiere la società, ma dovremo aspettare ancora molti anni affinchè ciò si realizzi; la parità di diritti, in ogni caso, si pone in parallelo  al concetto di uguaglianza nella nostra vita di tutti i giorni, accettando e comprendendo la diversità tra i sessi, una diversità che, se ben coltivata e guidata con intelligenza e sensibilità, non potrà mai generare contrasti, bensì condivisione.

La tendenza di molti genitori, invece, è crescere i figli facendo già a priori delle differenze e discriminazioni fra loro (negli aiuti casalinghi, nei permessi per star fuori la sera fino a tardi, ecc. ecc.).

Allo stesso tempo giustificano con eccessiva indulgenza i loro comportamenti poco trasparenti: all’apparenza quasi sempre sicuri di sè, molti giovani sono in realtà ancora fragili; sicuramente più “svegli” di quelli della mia generazione, ma anche più condizionati da un contesto sociale che li vorrebbe quasi “invincibili”: non accettano facilmente il fallimento, la sconfitta, la perdita, o un repentino cambiamento  nel corso della loro vita.

È quindi probabile che la fragilità di Filippo, ovviamente esasperata all’eccesso, unita ad altri fattori scatenanti l’odio, l’abbia portato a non sopportare più il cambiamento profondo di Giulia; in ogni caso, gli interrogatori che seguiranno in questa settimana, ci faranno meglio capire quale sia effettivamente stata la molla scatenante della sua furia omicida.

Chi commette reato è giusto che paghi, ma è sempre il singolo che deve espiare le proprie colpe, non la società a cui appartiene, e quindi, in questo caso, neanche tutti gli uomini; nessuno uomo si dovrebbe mai sentire “moralmente responsabile” di un atto aberrante che non ha commesso.

Nel contempo, è necessario investire maggiormente sulla prevenzione,  istituendo più centri di ascolto, e aiutare le donne succubi della violenza, sia verbale che fisica, ad avere il coraggio di ribellarsi e a denunciare; lo Stato deve impegnarsi a tutelarle, abbattendo definitivamente qualsiasi barriera, quella della paura del proprio carnefice, e quella dell’omertà di chi è al corrente e tace.

La tempestività nell’aiuto è pertanto fondamentale, proprio perchè ogni forma di prevaricazione e sopruso, quando è esasperata, può avere conseguenze molto gravi.

6 thoughts on “Condanniamo la brutalità del singolo, non tutti gli uomini!

  1. Totalmente d’accordo rispetto alla necessità di fare prevenzione sui ragazzi, adulti di domani e perfettamente d’accordo rispetto al non deresponsabilizzare Filippo definendolo figlio del patriarcato.
    La colpa è personale, non collettiva, non culturalmente determinata.
    È una deriva molto pericolosa che tende a spazzar via ogni tipo di orizzonte culturale per sostituirlo con il nulla.

  2. Il commento non fa una piega, molto lucido e centrato, sia sulla cause che sui possibili rimedi.
    Evidenzia anche come, purtroppo, episodi di questo tipo e non.. vengano solo strumentalizzati e mai affrontati realmente da una classe politica storicamente ignorante.

    1. Buonasera Antonio, innanzitutto la ringrazio per il suo commento. In effetti la vicenda è stata molto strumentalizzata.

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