C’era una volta un giovane cantore chiamato Kalab. Il ragazzo usava cantare sulle note di una cetra che suonava per accompagnarsi.
Le doti canore del giovane erano molto apprezzate dagli abitanti del villaggio in cui viveva. Nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro nei campi o nelle botteghe di artigianato, così come dopo cena nella bella stagione e inoltre nelle occasioni di festa, Kalab intratteneva il popolo del villaggio. Egli dava voce ad antiche canzoni popolari, raccontava cantando storie note del passato o storie inventate, e aveva un repertorio mirato per le occasioni di festa, in cui alternava ritmi di danza a canti religiosi. Una volta adulto, Kalab fremeva dal desiderio di andare in altri villaggi per confrontarsi con altri cantori, ampliare le sue conoscenze musicali e migliorare il suo canto. Così, un giorno, con grande dolore da parte della gente del suo villaggio, annunciò la sua decisione, si congedò e partì. Dopo tre giorni di cammino, si sedette all’ombra di una quercia e incominciò a cantare. A poco a poco, sopraggiunsero incantati ad ascoltarlo tutti gli animali del bosco: non solo uccelli canterini, scoiattoli e lepri, anche le volpi e i lupi accorsero seguendo la sua magica melodia. Kalab, immerso nel suo canto, dapprincipio non si accorse di nulla. Solo verso la fine del suo abituale repertorio canoro, si rese conto della presenza di tutti gli animali del bosco, docili e feroci, prede e predatori, che lo ascoltavano in pace, beati. Così prolungò il suo canto e gli diede maggiore sonorità affinché potesse essere udito da tutti, anche in lontananza.
La soavità della sua melodia arrivò fino alle spirituali presenze delle alte sfere celesti, che aprirono le porte a questo magico suono per accrescere la loro beatitudine. Anche in tal caso, Kalab, nuovamente immerso nel suo canto, non si accorse di nulla. A un certo punto, una luce iridescente apparve nel cielo; man mano che si avvicinava alla Terra, prendeva sempre più chiaramente le forme di un angelo. L’angelo atterrò davanti a Kalab tra lo stupore generale. Con un sorriso paradisiaco, l’angelo porse a Kalab uno strumento per lui nuovo, con dieci corde e una propria cassa armonica. Nel fargli dono di questo strumento musicale, l’angelo disse: “Prendi, tu che tanto generosamente doni a tutti il tuo magico canto melodioso: questo strumento si chiama salterio e accompagnerà con suoni angelicati la tua voce celestiale”. Kalab accolse il dono, incredulo ma con il cuore pieno di gioia. Per mostrare la sua gratitudine al Cielo, prese subito a suonare il salterio e intonò canti misteriosamente nuovi e belli. La sua voce crebbe in potenza e in estensione e divenne di giorno in giorno più salda e più agile.
Dopo altri tre giorni di cammino, Kalab intravvide finalmente, di lontano, tra le fronde degli alberi, un altro villaggio. Mentre si avvicinava si accorse però di alcune stranezze: da quel luogo provenivano cacofonie di suoni sgraziati, cui non era abituato. La sua curiosità e il suo coraggio vinsero l’orrore e il timore e lo spinsero a varcare la soglia dell’ignota città. La sua vista si fece confusa per la velocità dei numerosi oggetti volanti che sfrecciavano ovunque e il suo udito si annichilì, incapace di reggere i rombi delle macchine volanti che si mescolavano ai rumori dei martelli pneumatici e alle sirene delle autoambulanze e dei mezzi pesanti della polizia e dei vigili del fuoco. Kalab, sopraffatto da questo bombardamento visivo e uditivo, cadde a terra svenuto. Quando riaprì gli occhi, si trovò in un letto confortevole, da una parte il suo salterio, dall’altra, a vegliarlo, un vecchio. Disse il vecchio: “Sei stato fortunato che nel caos di questa città ti abbia soccorso io, che amo la musica e ben conosco questo tuo raro strumento e la sua provenienza. Io ti aiuterò a guarire e ti insegnerò il modo di farti ascoltare da tutti”. Quando Kalab si riprese, il vecchio gli mostrò una misteriosa scatola quadrangolare che, con un semplice clic, emanava suoni perfetti e immagini nitide. Attraverso quel pc all’avanguardia era possibile raggiungere tutti in ogni luogo del pianeta. Kalab rimase impressionato dalla potenza comunicativa di quel mezzo e prese immediatamente a cantare accompagnandosi con il suo salterio. La sua musica risuonò in ogni angolo della città caotica e in ogni spazio abitato del mondo, librandosi libero nell’aria come un aquilone… e fu così che tutti gli esseri viventi, terreni e divini, trassero pace e beatitudine dal suo magico canto.
Caterina Majocchi

Laureata in Filosofia
Counselor, Content Creator, Critico d’arte e Consulente artistico
Ha pubblicato su Domus – Editoriale Domus,
Architettura e Arte – Ed. Pontecorboli, Materiali di Estetica – Ed. CUEM
Grazie a Caterina che con il suo Kalab ci consegna un voce luminosa, di speranza nella città dolente…sia di buon auspicio anche per i nostri tempi