Centrale: le notti dei disperati, i bambini addormentati per terra

Milano

Una bambina dorme con il viso sul pavimento. Niente, neanche un giaciglio la separa dalla dura realtà di una notte trascorsa alla stazione. Accanto a lei c’è il fratellino: non ha le scarpe e i suoi talloni sono neri, così neri da far pensare che abbia camminato parecchio, su quel pavimento della «Galleria delle carrozze». Ancora accanto, i parenti. Tanti. Sono tutti addormentati, appoggiati al muretto che costeggia il vano delle scale mobili che portano al livello inferiore. Sono tanti, si direbbe una famiglia. O un clan.
Davanti, sul lato lungo, in un angolino formato dalle colonne dei muri portanti ricoperti da marmi, lì si vede una giovane mamma accanto al marito. Porta il velo, è distesa su una coperta e tiene attaccato al seno il figlio, piccolissimo, avrà pochi mesi al massimo. Dorme tranquillo, come la sorella un po’ più grande. Dormono tutti, nonostante tutto, non c’è ancora freddo, né confusione. La notte è mite. Se ne contano 12 in tutto, di bambini, nella notte fra martedì e mercoledì, alla stazione centrale di Milano.

Lì vicino, di nuovo dalla parte delle scale mobili centrali, eccone altri quattro di minori, con i genitori. I bimbi sono tutti in età da scuole elementare o media al massimo, ma è difficile pensare che il giorno dopo saranno tutti in una qualche classe di una scuola pubblica italiana o europea.

Sono circa le 4 e 15 del mattino alla stazione di Milano. La piazza Duca d’Aosta è presidiata come al solito da qualche balordo, ma stavolta pare più fastidioso che molesto. Per non rischiare, i passanti aggirano il problema usando le grandi entrate laterali. Gli ultimi movimenti della notte si sono appena sopiti e già cominciano i primi del mattino. Si intravede anche qualche ragazza, da sola. In un locale della piazza, dei giovani reduci da una qualche nottata, riuniti in uno sparuto gruppetto, fanno colazione con cornetti e panini, serviti in modo ordinato. Anche in piazza 4 Novembre apre il primo bar e si notano i primi rientri o le partenze per Malpensa, con i trolley. Sul prato, ecco un’altra famigliola: papà, mamma e due figli. Si sono tolti le scarpe da ginnastica, tutti, per stare più comodi. I pochi rumori non hanno ancora svegliato nessuno. È tutto insolitamente quieto e il clima della notte ancora mite, per non dire caldo.

Si intravede un qualche precoce fermento di figure apparentemente poco raccomandabili. La stazione vera e propria è ancora chiusa, ma per poco. I vigilanti privati formano un capannello e avvisano chi si avvicina: «Apre alle 4 e 20». I primi treni partono dopo un quarto d’ora, sono «freccerosse» che arrivano a Salerno. La gran parte delle partenze è dopo le 5: Bologna, Napoli, Malpensa, Lecce.

I primi viaggiatori aspettano le 4 e 20 in piedi, nella galleria, per poi cominciare a controllare gli orari e fare biglietti automatici. Mancano pochi minuti. Negozi e locali sono chiusi. Di quelle famiglie nessuna si muove. Sono quasi le 5 e sono ancora tutte lì, a rubare gli ultimi muniti di sonno al giorno. Nessuno sa niente di loro. Gli operatori, interpellati, ipotizzano che siano «transitanti».

Viene in mente l’incontenibile emergenza dei profughi siriani, che per alcuni anni sono affluiti in gran numero a Milano, dormendo nel mezzanino e sperando in un viaggio verso il Nord Europa. Sembrano lontani i tempi di quell’emergenza. I rifugiati ucraini, a febbraio e marzo sono stati tutti rapidamente accolti e ospitati nelle città con una grande prova di autentica accoglienza. Questa notte non c’entra con la guerra in corso. Disagio forse, povertà, fuga. Chissà.

Associazioni e cooperative del sociale lavorano in rete, a Milano. Giustamente, si dividono a rotazione i vari punti sensibili (le stazioni e altri) e ogni sera li visitano con le unità di strada, controllando che non vi siano persone bisognose di aiuto o ricoveri negli spazi del volontariato. Non è emersa nessuna segnalazione, dicono.

Certo, è noto che molti clochard rifiutino questo aiuto. E possono farlo. Ma con le famiglie e i bambini, oltretutto così piccoli, tutto cambia. La stagione fredda non è lontana come sembra. Ma col freddo, e la crisi, sarà tutta un’altra storia. (Il Giornale)

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