Augusto Minzolini “Per il centrodestra la prova di esistere”

Economia e Politica

Oggi per la prima volta dalla sua nascita il centro-destra ha la possibilità di dire la sua sul Quirinale

Uno può dire ciò che vuole ma la fine dell’Ulivo, del centro-sinistra e di tutti gli interconnessi, a cominciare dall’idea di un Pd al 30% come partito unico dei progressisti, ha una data: il 19 aprile del 2013, giorno in cui 101 franchi tiratori silurarono la candidatura di Romano Prodi al Quirinale. Da allora quello schieramento non si è mai ripreso: un bel pezzo di elettori finì ai 5 stelle nelle elezioni politiche del 2018 e si sono susseguite una serie di scissioni a destra come a sinistra. Tant’è che oggi per la prima volta dalla sua nascita il centro-destra ha la possibilità di dire la sua sul Quirinale. Solo che per svolgere questo ruolo deve dimostrare di essere compatto, di non essere diviso da rancori e ambizioni personali come è avvenuto nelle ultime elezioni amministrative. Ecco perché la decisione di puntare uniti sulla candidatura di Silvio Berlusconi, l’altro duellante oltre a Prodi del bipolarismo italiano, non è una prova d’amore verso il Cavaliere ma semmai la verifica che quest’alleanza esiste ancora. Parafrasando una celebre locuzione di Cartesio, magari in latinorum, il centrodestra dovrebbe dire «iungo ergo sum», «mi unisco quindi sono». Ecco perché solo chi dava già per morto questo schieramento avrebbe potuto immaginare un epilogo diverso per il vertice di ieri a Villa Grande. L’esito era scritto. L’unico che avrebbe potuto, o potrebbe, decidere di non correre per il Quirinale è proprio il candidato Berlusconi.

Ma la vera prova di esistere il centrodestra la darà, se il Cav deciderà di scendere in campo, non ora ma alla quarta votazione per il Colle. In quell’occasione si vedrà davvero se lo schieramento esiste o se è diventato solo un sepolcro imbiancato, un’alleanza di comodo per qualche elezione che spesso funziona anche male. Quella sarà la prova della verità perché un conto è se Berlusconi dovesse fallire perché non riesce a conquistare consensi al di fuori della coalizione; altra cosa, invece, è se gli venissero a mancare i voti che sulla carta dovrebbe avere il centro-destra. A quel punto la crisi sarebbe irreversibile.

Un’ultima annotazione: c’è chi immagina che l’unità del Paese si misuri sui nomi «condivisi». Sono coloro che immaginano la politica come una mediazione a prescindere. In realtà non è così. Lo dimostrano i tanti Presidenti della Repubblica eletti con maggioranze addirittura risicate. Lo stesso David Sassoli, che ora la sinistra prende come modello, fu un tenace capogruppo dei parlamentari europei democratici e, poi, fu eletto Presidente del Parlamento di Strasburgo con appena 11 schede in più rispetto alla maggioranza assoluta necessaria (334 su 667 voti espressi). In quel ruolo, con il suo agire, conquistò dopo pure la fiducia di chi non lo aveva votato.

Avrebbe potuto fare la stessa cosa Prodi se fosse andato al Quirinale, magari nominando senatore a vita il Cavaliere. Come potrebbe avere lo stesso comportamento Berlusconi semmai fosse eletto. Perché la pacificazione, quella vera, quella che non è spicciola retorica, parte dalla legittimazione dell’avversario.

Augusto Minzolini (Il Giornale)

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