Buffalo Bill, pseudonimo di William Frederick Cody, nacque in una fattoria dell’Iowa nel 1846. Era il quarto di otto figli, e a quattordici anni già sapeva cavalcare, usare il lazo per catturare i cavalli e sparare. Durante i suoi settantuno anni di vita, l’irrequieto William ha provato di tutto: è stato cacciatore, soldato, esploratore, attore, impresario teatrale. In seguito alla morte del fratello maggiore la sua famiglia si trasferì nel Kansas. Qui, quattro anni dopo, anche il padre morì pugnalato proprio sotto i suoi occhi per aver tenuto un discorso contro la schiavitù. Dovendo così contribuire al sostentamento della famiglia, all’età di quattordici anni il giovane William divenne uno dei corrieri del Pony Express, percorrendo migliaia di chilometri a cavallo attraverso le praterie americane per consegnare la posta. Dopo la morte della madre si arruolò, ormai diciannovenne, nel VIIº Cavalleggeri del Kansas e prese parte alla Guerra di secessione americana. Durante una sosta al campo militare di St. Louis conobbe l’italo-americana Louisa Frederici, che diventò sua moglie e dalla quale ebbe quattro figli. Al termine della guerra si riciclò come cacciatore di bisonti. Divenne Buffalo Bill dopo aver vinto una gara di caccia al bisonte con William Comstock, al quale apparteneva in precedenza il famoso soprannome. Fra il 1868 e il 1872, per rifornire di carne gli operai addetti alla costruzione della ferrovia, uccise 4.280 bisonti (qualcuno sospetta che lo sterminio non sia avvenuto solo per scopi alimentari, ma anche per toglierli di mezzo perché ostacolavano la costruzione della ferrovia). Sembra che per tenersi allenato con le armi da sparo facesse piazza pulita delle mele del suo giardino mirando prima al picciolo e poi disintegrandole durante la caduta. Certo, nessuno si attendeva che provasse un minimo di compassione per delle mele ma, a quanto pare, non ne provava neppure per i bisonti e gli indiani che sterminava. Fu membro della massoneria, e si dice che provasse particolare avversione per la Chiesa Mormone: per fortuna non gli era passato per la mente di sterminare pure quella! Un fatto curioso è che nonostante il suo odio per la Chiesa Mormone, chiamò il suo cavallo proprio come il secondo presidente di tale Chiesa: Brigham Young. Cosa che non fu certo casuale. Nel 1873, uno scrittore che amava raccontare le sue gesta, gli chiese di interpretare se stesso in una versione teatrale delle novelle.
Buffalo Bill accettò di fare l’attore portando così sulla scena la sua vita densa di avventure. Qualche volta le corresse anche a suo favore, altre addirittura le inventò. Era lesto di lingua, ma si racconta che la prima sera in cui recitò, dopo poche battute non riuscì più a pronunciare una parola e il pubblico cominciò a fischiare. Fortunatamente l’impresario ebbe l’idea di far comparire sulla scena un gruppo di indiani e così si scatenò. Infine il pubblico applaudì entusiasta. Fondò la città di Roma, nel Kansas, che iniziò a popolarsi rapidamente; ma il nascere di una nuova città vicino alla sua, Hays City, dalla quale fecero passare la ferrovia, fece svuotare Roma con altrettanta rapidità. Fu così che la sua famiglia si ritrovò ad abitare in una città fantasma tutta per sé . Buffalo Bill divenne un eroe nazionale nel 1876 quando, mentre guidava dei soldati nel territorio dei Pellerossa con lo scopo di sottrargli le proprie terre, sfidò a corpo a corpo il capo indiano Mano Gialla. Fu allora che concepì frase destinata a divenire celebre nelle sue rappresentazioni: “Ecco il primo scalpo per Custer!”. Nelle sue rappresentazioni, infatti, veniva spesso inscenata la battaglia di Little Big Horn nella quale l’uomo bianco aveva subìto una sonora sconfitta dagli Indiani. In quella battaglia fu massacrato il VII° Cavalleria comandato dal generale Custer. Ed è in tale rappresentazione che ogni volta commemora il “primo scalpo per Custer”, nel quale vendica la sconfitta della battaglia uccidendo un indiano e prendendogli lo scalpo (abitudine, quest’ultima, che avevano gli Indiani, una volta uccise le loro vittime). Nel 1883 diede vita al Buffalo Bill Wild West Show, uno spettacolo circense in cui venivano ricreate rappresentazioni western. Iniziò così a portare in giro per il mondo la caricatura di se stesso insieme a Calamity Jane, Toro Seduto, il cavallo Brigham e tutti gli stereotipi del West. Gli spettacoli si basavano soprattutto su scene di attacchi alla diligenza e di combattimenti contro gli indiani, cosa che richiedeva l’impiego di centinaia di attori e di cavalli addestrati. La carovana che ruota intorno al circo è dunque enorme. In qualche città lo spettacolo si faceva annunciare da un lungo treno dedicato alle comparse e agli animali. Tutto ciò naturalmente aveva un costo, e si levarono critiche contro il prezzo del biglietto ritenuto troppo alto. Tuttavia ogni volta, sia negli Stati Uniti che in Europa, agli spettacoli era presente una folla entusiasta.
Buffalo Bill divenne l’icona del far west, stupendo tutti per le sue prodezze a cavallo. Il suo spettacolo riscosse successi per più di vent’anni: si esibì sia di fronte alla Regina Vittoria sia nelle piazze per il popolo. Avendo un gran fiuto per gli affari (ma non la capacità di gestire i soldi guadagnati) s’inventò una gara davvero stramba: il leggendario Buffalo Bill sul suo cavallo Birgham sfidava un ciclista volontario sulla sua bicicletta. Essendo sua moglie di origini italiane, ne approfittò per lanciare la stramba sfida anche in Italia. Grazie a Buffalo Bill e al suo show, gli Italiani assaggiarono per la prima volta i pop-corn, lo zucchero filato e si divertirono assistendo alla stramba competizione. A Milano, la gara tra il cavallo in carne ed ossa e il cavallo d’acciaio che si svolse nel 1894 fu epica. In palio c’era l’intero incasso dello spettacolo al netto delle spese di organizzazione. La vittoria spettava a chi percorreva la maggior distanza in tre ore. Il cow boy americano, che aveva l’abitudine di barare nel raccontare le sue gesta, e voleva sempre uscire vincitore da ogni situazione, si assicurò di avere un discreto vantaggio: il ciclista sarebbe stato sempre lo stesso, mentre lui avrebbe potuto cambiare fino a dieci cavalli. Ad accettare la sfida fu il corridore più in voga del momento, il milanese Romolo Buni. La scena si svolse presso il vecchio Trotter di via Andrea Doria. Vinse Buffalo Bill: 102 chilometri contro poco meno di 100. Gli italiani, però, preferirono lo stesso applaudire il ciclista loro concittadino. A Bergamo invece fu Amilcare Perico a battersi in sella alla sua bicicletta contro il cow boy a cavallo nei pomeriggi del 27, 28 e 29 aprile del 1894. Anche qui avrebbe vinto chi avesse percorso più chilometri. Alla fine dei tre giorni Cody percorse 184,496 chilometri, mentre Perico 177,640. Anche in quell’occasione il cavallo ebbe la meglio sulla bicicletta.

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In data 2 febbraio 2001, sul sito internet della Repubblica.it, é stata anche pubblicata la gara disputata a Palermo nel 1896 tra Buffalo Bill e Nino Sofia, allora un licelae sconosciuto. Prima di misurarsi con celebri campioni, infatti, Nino Sofia si era misurato con Buffalo Bill. L’articolo descrive così l’evento: “La notizia dell’arrivo a Palermo di Buffalo Bill accese la fantasia di Nino Sofia e l’idea della singolar tenzone scattò subito nella mente del giovane palermitano: una gara di velocità tra il bianco destriero di un cow boy ed il cavallo d’ acciaio di un pistard. Due mondi a confronto. Buffalo Bill raccolse subito la sfida, che fu programmata a conclusione dello show vero e proprio, nel velodromo di via Parlatore. Il match si sarebbe svolto così: il colonnello Cody avrebbe galoppato nell’anello interno, su terra battuta, e Nino Sofia su quello esterno, cioè sulla pista in legno. La gara si sarebbe tenuta sulla distanza di tre giri di pista. E arriva il momento. Al velodromo c’è la folla delle grandi occasioni. La notizia che uno studentello palermitano avrebbe sfidato Buffalo Bill aveva dilatato l’interesse per lo spettacolo western. Dopo le sparatorie, gli scontri tra indiani e visi pallidi, le dozzine di uova frantumate dal piombo di Buffalo Bill, ecco il momento più atteso. Il colonnello, con i capelli bianchi sulle spalle e con baffi e pizzetto che gli incorniciano il sorriso, guarda il pubblico come un autentico istrione. Nino invece è teso e contratto. Tutto è pronto per il via. Partiti! Buffalo Bill s’avvantaggia subito, ma alla prima curva il ciclista recupera. Il colonnello guadagna ancora terreno, ma di nuovo Nino Sofia recupera e sul rettilineo, a conclusione del primo giro, riesce ad affiancare il cavallo. Eccoli alla curva. Nino l’affronta benissimo, mentre all’interno Buffalo Bill ha qualche difficoltà a tagliarla a dovere. Sofia esce sul rettilineo, sul lato opposto alle tribune, con due o tre lunghezze di vantaggio. Tiene duro, alzandosi sui pedali, ma Buffalo Bill rimonta. Altra curva, altro vantaggio per Nino, che va forte, forte davvero. Secondo passaggio sotto le tribune. La gente è tutta per il ciclista. «Vai, Nino, vai!» Il colonnello affianca la bicicletta. Sono testa a testa, se così si può dire. Altra curva. Nino sbanda leggermente verso l’esterno della pista, perdendo l’occasione di avvantaggiarsi. Sul secondo rettilineo sono ancora alla pari. Per Nino lo sforzo è tremendo: deve resistere fino alla prossima curva, l’ultima, dove spera di guadagnare qualche metro prima della dirittura d’arrivo. Ecco la curva. La imboccano insieme, Buffalo Bill all’ interno e Nino all’ esterno. Nino sta quasi per uscire dalla curva e lanciarsi verso la dirittura d’arrivo. Ma il cavallo che fa? Viene all’esterno, sbanda, travolge la bicicletta. Nino Sofia si ritrova così sul legno della pista, la bicicletta a qualche metro da lui. Il cavallo e il colonnello si rialzano subito. Ma Nino no: ha un dolore lanciante alla spalla. I soccorsi, l’ospedale, il responso medico: frattura della clavicola sinistra.
I commenti degli spettatori furono unanimi: Nino Sofia era stato bravissimo, il vincitore morale della sfida era lui. Il mitico Buffalo Bill aveva sbagliato. L’indomani anche il quotidiano locale riferiva con grande enfasi della prova di Nino: senza l’incidente avrebbe vinto lui. Era un vero pistard e sarebbe diventato un campione. E in effetti Nino Sofia continuò l’ attività agonistica (prima di dedicarsi al giornalismo), partecipando fra l’altro alla prima corsa a tappe italiana nel 1907, il Giro ciclistico di Sicilia organizzato da Vincenzo Florio” (Ernesto Di Lorenzo- La Repubblica.it 2 settembre 2001). Nelle sfide che lanciava, Buffalo Bill teneva degli abbondanti margini di sicurezza e la cosa gli permise di prevalere quasi sempre e di intascare i consistenti premi. Ma non sempre fu così. Una volta, in Toscana, lanciò una sfida cavallo contro cavallo, fidandosi della sua ben nota maestria: fu battuto da un buttero maremmano. In Italia Buffalo Bill si esibì in 35 città e lasciò ovunque un ricordo emozionante. In una delle sue tournée in Italia colse anche l’occasione per incontrare il Papa Leone XIII, il quale nulla espresse in merito allo sterminio degli indiani d’America. Quando morì nel 1917 fu sepolto su sua richiesta sulla Lookout Mountain in Colorado. Qualche tempo prima si era convertito al cattolicesimo, sperando anche che da buon cristiano si sia pentito dei massacri commessi. Oggi in America vi è un museo a lui dedicato, ma nulla rimane di Birgham. Nel caso di Buffalo Bill, il personaggio era troppo assetato di consensi, non cedeva a nessuno la scena. Le mitiche corse a cavallo hanno sempre portato il nome del cavaliere eclissando quello del cavallo. Buffalo Bill era divenuto un eroe leggendario ancor prima di morire: sapeva stare a cavallo, sparare, faceva l’attore, era bello, biondo, americano; costruirgli addosso il mito fu semplice. Anzi, fu lui stesso a costruirselo rappresentando sulle scene di mezzo mondo i suoi massacri di bisonti e di indiani, oltre a organizzare le bizzarre scommesse tra cavalli vivi e cavalli di metallo. E così, lo sterminatore di esseri viventi, riuscì a sopravvivere a se stesso. Dopo la sua morte si continuarono a scrivere molte altre eroiche imprese sul personaggio. E se i racconti si contraddicevano già mentre le raccontava il personaggio quando era in vita, figuriamoci come si contraddicevano da morto. Negli anni venti e trenta del Novecento, l’editore Nerbini di Firenze pubblicò diversi volumetti di sue avventure. E quando nel 1942 gli Sta ti Uniti scesero in guerra contro l’Italia, Nerbini si inventò che Buffalo Bill era figlio di immigrati italiani per evitare che il Duce ne impedisse la pubblicazione.
Michela Pugliese
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