Il dolore degli animali, mistero che interroga l’uomo.

Zampe di velluto

Un nome più onomatopeico non è possibile: la tortora fa tur-tur, e i latini l’hanno chiamata turtur. Sembra un piccione che non fa ribrezzo. Vanno in giro due a due, sono snelle, con un baffetto scuro sul collo. Questa tortora è arrivata dall’oriente. Venuta con una prima migrazione, ha continuato ad andare e venire, ma alcune a un certo punto hanno smesso e si sono stabilite in Europa. È una specie di piccione più smilzo e pulito, non grigio-nero ma caffellatte… Molto più timida del piccione, che invece è invadente e piace solo ai bambini e ai nonni. La repulsione si trasforma in pena quando ne vediamo uno morto,o spennato, o che zappetta con una zampa sola. Allora pensi alla vita di tutto ciò che vive: al male di una vita che è il male di tutte. Per riflettere sulla sofferenza-per andare a sbattere contro la sofferenza, veramente -, anche su quella degli animali, siamo assaliti da continue occasioni. E se non è governabile dalla ragione da sola,  e ci investe e ci confonde, forse i poeti ci aiutano ad avvicinarla. Rileggere negli scrittori la sofferenza degli animali forse non sarà la maniera di girarle ancora una volta intorno sterilmente o, peggio, un esercizio di indagine letteraria. Ecco solo alcuni testi, con poche parole di presentazione. Il primo è il brano di una lettera di Anton Cechov, dell’8 aprile del 1892. Lo scrittore racconta a un amico di un’uscita a caccia, con il pittore Levitan, e di cosa sia successo.

«Ha sparato a una beccaccia, che è caduta in una pozza, con l’ala spezzata. L’ho sollevata (…) Mi guarda stupita. Che farne? Levitan fa una smorfia, chiude gli occhi e supplica con voce tremante:«Ti prego, caro, spaccale la testa con il calcio… ». Rispondo: «Non posso». Levitan continua ad agitare nervosamente le spalle, scuote la testa, scongiura. Intanto la beccaccia ci guarda con stupore. Sono costretto ad accontentare Levitan e a uccidere l’uccello. Adesso il mondo ha una deliziosa creatura in meno, e due imbecilli che rientrano a casa per mettersi a cena». In un racconto di Tommaso Landolfi, un’altra beccaccia soffre mitemente nello stupore, come quella del racconto di Cechov: «… ferita appena alla punta dell’ala, lo guardava da terra coi suoi occhi distanti e dolci, un po’ sporgenti: attoniti, ora, più che addolorarsi o sdegnarsi, di quanto le avveniva». Lo stupore davanti all’incomprensibile, lo sgomento, non soltanto nella vittima ma anche in chi assiste a quella morte, lo ritroviamo nello stesso Landolfi nel riferire la morte del proprio gatto: «… Ed io guardavo sbigottito (… )

Ma quanto soprattutto mi sgomentava era la generale indifferenza, degli elementi, delle cose, degli uomini, alla tragedia che in quel punto si consumava (…) Una creatura vivente, fosse un gatto, moriva: e cosa avrebbe potuto fare di più significativo, di più grandioso, di più solenne, di più degno?». Nella breve poesia che segue, del poeta inglese Simon Armitage (1963),un gruppo di amici incontra un cane, che li segue «per venti miglia», e a qualcuno del gruppo, il più stupido, questo sembra strano. Si intitola Canis Major, e che e anche il poeta faccia il minimo commento, accresce la forza dell’episodio narrato: «Camminando per colline verso nord, si unì a noi un cane / che per venti miglia non volle più tornare indietro / nonostante uno del gruppo lo menasse pure. / Sentendoci male, pensammo di sborsare i soldi per un taxi / / che lo riportasse a sud una volta sulla strada, ma mezzo morto / zoppicò in avanti verso la casa dove guarda caso abitava, / e che, guarda caso, era quella dove avremmo dormito quella notte. / Così morì silenziosamente sotto il tavolo mentre mangiavamo». Nell’ultimo brano -dalle Note azzurre di Carlo Dossi -c’è un’altra uscita a caccia. Siamo a pochi anni da quella lettera di Cechov.

«Don Giacomo Zaccheo, preposto di Corbetta e gran cacciatore mi racconta (11 giugno 1899) che trovandosi, fra i monti di Luino, in agguato di caccia, vide un topolino che passava e ripassava portando delle castagne. Seguendolo senza farsi scorgere, scoprì che aveva formato un grosso mucchio di magnifiche castagne. E don Zaccheo si appropriò il mucchio mettendoselo nel carniere. Ma il topolino, tornato con una castagna al suo mucchio, non trovando più questo, fu preso dalla disperazione, si mise a correre come impazzito qua e là in cerca del suo bottino, poi non trovandolo proprio più, si sbatté violentemente per terra, tre, quattro volte, finché restò morto». Nessuno di questi scrittori aggiunge un commento alle loro storie. Negli animali, in cui tutto è nudo, anche la sofferenza e il male sembrano mostrarsi più nudi. Accrescendo lo sconcerto, l’impotenza e la pena di chi vi assiste.

MARCO STRACQUADAINI (Avvenire)

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