Jihad, il pericolo che l’Europa non vuole vedere

Economia e Politica

Milano 25 Dicembre – Non si può dire che non eravamo stati avvertiti sul terrorismo islamico. Per quindici anni, dall’inizio della Seconda Intifadah, in Israele, opinion-makers, commentatori, politici israeliani, avvertivano l’Europa: oggi tocca a Israele e agli Usa, un domani toccherà a voi europei. Inutile fare gli schizzinosi di fronte alle eliminazioni mirate israeliane, o all’intervento militare statunitense in Afghanistan e in Iraq, dunque. Quello del jihad, che allora era un concetto legato soprattutto ad Al Qaeda e Hamas (e Hezbollah, nel mondo sciita), è un problema che riguarda tutti, prima o poi avrebbe riguardato anche noi. Era solo una questione di tempi e numeri. Eppure, in quel primo decennio del secolo, la “chattering class” europea, più o meno titolata a parlare, considerava il terrorismo esclusivamente come una questione regionale mediorientale, legata al conflitto israelo-palestinese e dovuta, pressoché unicamente, alla “politica coloniale” dello Stato ebraico.

Nella metà degli anni ’10 di questo secolo, evidentemente, sia i tempi che i numeri sono giunti a maturazione. Avvisaglie c’erano già. Nel 2004 era stato pugnalato a morte il regista olandese Theo Van Gogh e Ayaan Hirsi Alì, musulmana somala convertita all’ateismo, era minacciata di morte, in fuga perenne prima in Olanda e poi in America. Ma si pensava fosse un caso isolato. Poi, l’anno successivo, era scoppiato il caso delle vignette su Maometto danesi e in tutto il mondo musulmano si inneggiava alla morte dei blasfemi. I vignettisti, a dieci anni di distanza, sono tuttora minacciati, la Danimarca è ancora a rischio di attentati. E anche in quel caso, la prima reazione era stata l’auto-censura: attenti a non “abusare” della libertà di espressione, si era detto.

Quando sono stati uccisi i redattori, i vignettisti e il direttore del Charlie Hebdo, la risposta intellettuale europea è stata all’incirca la stessa. Ma ancora nessuno, nel gennaio del 2015, pensava a un’ondata di terrorismo. Adesso è pressoché impossibile negarla. Basta fare un piccolo ripasso di quanto è avvenuto in un anno e due mesi. Massacro del Bataclan a Parigi, violenze sessuali di massa a Colonia e in altre città renane a capodanno, attentato multiplo all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles, massacro di stranieri (fra cui italiani) a Dacca, massacro di francesi alla Promenade des Anglais a Nizza, tentata strage sul treno Wuerzburg-Heidingsfeld (Germania), tentata strage di un attentatore suicida a un concerto ad Ansbach (sempre in Germania), decapitazione di un prete nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, fallito attentato di un bimbo trasformato in attentatore suicida a Friedrichshaven (Germania), strage in un mercatino di Natale a Berlino. E questo per limitarci solo a fatti di cronaca finiti in prima pagina. Poi ci sono gli attentati sventati, che sono molto più numerosi, ma si conoscono solo in parte e a mesi di distanza. E micro-attentati, di cui si parla meno, come lo stillicidio di azioni violente compiute da fanatici in Francia prima della grande strage di novembre a Parigi. Esattamente come ci avvertivano gli israeliani e gli opinionisti più “politicamente scorretti” americani, l’Europa è diventata una grande Israele. Nonostante non abbia suoi “territori occupati”, non abbia una contesa sulla spianata delle Moschee e sia composta da Stati che, con il mondo islamico, hanno un atteggiamento amichevole, buoni rapporti d’affari e molto rispetto culturale e religioso. Se non altro per esclusione, si dovrebbe giungere alla conclusione che il terrorismo jihadista colpisce gli occidentali, anche i più amichevoli, perché siamo occidentali. Cioè: perché siamo laici, perché le nostre donne sono libere, gli omosessuali sono liberi, perché riconosciamo libertà di culto e libertà di espressione, perché seguiamo un comportamento che, dal loro punto di vista, è puramente blasfemo. Se tutte le religioni sono comunitarie, l’Islam così come è vissuto dai fondamentalisti, ha caratteristiche addirittura totalitarie. Non solo non ammette deviazioni da parte dei membri della sua stessa comunità (e non a caso il maggior numero di vittime dei terroristi è composto da musulmani, in Paesi musulmani come Iraq e Pakistan), ma non ammette che, nel mondo intero, esistano comportamenti “devianti”. Dove non colpiscono, è solo perché non hanno la capacità fisica di farlo. Ma ovunque ne abbiano la possibilità, puniscono gli infedeli e gli apostati con la morte. Eppure i commenti delle nostre classi dirigenti, intellettuali e politiche, dimostrano che l’Europa non ha affatto accettato questa realtà. Non l’ammette. Il primo argomento è la negazione. Si nega che il terrorismo sia riconducibile, in qualunque modo, all’Islam. Si nega che gli episodi di terrorismo in Europa siano legati fra loro. A giudicare dalla fretta con cui i terroristi sono liquidati come “folli” o “lupi solitari”, si direbbe proprio che non si voglia vedere l’ondata di terrorismo in corso. Di fatto: si finge di non vedere. Perché, purtroppo, l’Europa sta diventando una gigantesca Israele, ma senza gli israeliani. Senza la cultura dell’anti-terrorismo, senza una popolazione addestrata e pronta a reagire, classe dirigente capace di dare una risposta, culturale, politica e militare al problema.

Stefano Magni (L’Opinione)

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