Donald Trump e quello che nessuno vi dirà sulle Presidenziali Usa

Approfondimenti Esteri

 

Milano 9 Agosto – Nota introduttiva, questo è il primo articolo di una serie che coprirà la lunga corsa alla Presidenza Usa che durerà fino a Novembre 2016. Coprirla da solo, e bene, è impossibile, per questo mi appoggerò alla pagina di uno degli ultimi liberali di questo paese, Nicola Battista (https://www.facebook.com/battistanick?fref=photo). Anche quando sono in disaccordo con lui. Tipo stasera.

Dunque, l’altra sera è andato in onda il primo dibattito tra i candidati alle primarie Repubblicane. Dieci candidati su diciassette, novanta secondi a risposta ed una platea amica. I moderatori vengono dalla Fox. E già qui, va detto, la moderazione era amica di nove candidati su dieci. Il decimo stava sui santissimi alla giornalista presente e si è visto. Il decimo è Donald Trump. Quello che per me è stato l’assoluto vincitore del dibattito, mentre per i siti specializzati, gli insider nel partito e Nicola è stato il grande perdente. Com’è possibile, direte voi. La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. La parte semplice è Donald Trump è il compiuto frutto di dieci anni di Tea Party Usa. E l’establishment, i media e i siti più addentro alle questioni del caso il Tea Party non l’hanno mai sopportato. Era ed è qualcosa più forte di loro: questa gente che proprio non vuol delegare alle elite le decisioni sul loro futuro è fortemente irritante Non a caso gli ambienti storicamente vicini a questo movimento si stanno spostando verso Trump. Quindi Donald vince perchè non parla ai commentatori, agli uomini di apparato ed agli intellettuali. Parla a John e Jane, lavoratori della classe media, stufi di veder votare i clandestini (negli Usa si può), di pagargli il welfare e di vedersi sempre più poveri, mentre lo Stato indebita i loro figli. Il fatto è che i sondaggi hanno dimostrato che John e Jane lo ascoltano, ma il resto è ancora distante.

E lo è per una precisa scelta comunicativa. Donald Trump non chiede scusa per come la pensa. Donald Trump non segue le regole e l’etichetta. Per Donald, le elezioni non sono un pranzo di gala. Ed anche lo fossero, lui il cameriere proprio non vuole farlo. Così col cavolo che si scusa per aver detto che i neri pigri o che dal Messico arriva solo la feccia. Questa è la chiave di volta del dissidio tra me e chi dice che abbia perso. Le sue non sono gaffes. Le sue sono ribellioni messe in parole. Lui non fa sparate. Lui aggredisce armi alla mano quel muro di ipocrisia infame chiamato “politicamente corretto”. E’ un muro che John e Jane odiano. Che gli impedisce di dire quello che pensano. Che gli fa rischiare tutto se hanno un’attività. E’ la condanna delle società post moderne: non avendo più valori su cui scontrarsi, le parole diventano il campo di battaglia. Donald lo sa e attacca. E gli altri lo devono seguire in breccia. Perchè lui non aspetta nessuno. Questo senza dubbio infastidisce, ma molto di più crea ammirazione. Noi ne sappiamo qualcosa di guasconi che se ne fregano dello sconcerto dei benpensanti, che hanno il gusto della battuta, che si fanno amare soprattutto quando sbagliano. A cui possiamo perdonare tutto, persino essere più a sinistra degli avversari. Sì, a me Trump ricorda Silvio. E credo abbia vinto esattamente per lo stesso motivo: aver detto, credendoci, “al diavolo le convenzioni, date al popolo quel che il popolo vuole o levatevi di mezzo”.

Per questo secondo me Trump ha vinto. Nonostante non abbia accettato di piegarsi al verdetto delle primarie. Nonostante lo scontro con la giornalista della Fox. Nonostate la scarsa chiarezza sul suo passato da democratio. Nonostante il confronto impietoso con Marco Rubio, l’altra sera persino più presidente di Obama in carica. Anzi, forse ha vinto proprio per tutto questo. Era l’unico uomo di carne e sangue in mezzo al Madame Tussaud’s dei conservatori del terzo millennio. E, come ogni Veneto sa, uomini di ferro anche su navi di legno possono battere uomini di legno su navi di ferro.

 

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