Era il 1969 quando riempì i Navigli di terra e cemento.”Riaprire ora? Una vera impresa”

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Milano 22 Giugno – Il suo mestiere era fare preventivi, per opere grandi e piccole. Lo chiamarono alla fine del ‘68. La fossa interna dei Navigli, coperta negli anni Venti, stava cedendo. Due anni prima la Cerchia era stata sottoposta a drastiche restrizioni veicolari, in una parola transennata. Per procedere a consolidamenti tampone. Quando fu chiaro che puntellare la fossa non era sufficiente, quando gli esperti decretarono che andava riempita di terra, Lucio Latini affiancò i tecnici per stilare il preventivo. «Di quelli che lavorarono con me non è rimasto più nessuno – racconta -. Sono morti tutti. Ma io là sotto, in quei cunicoli, ci sono stato, li ho percorsi tutti, metro dopo metro. Era il 4 agosto 1969. Per questo penso che chi sogna di riaprire i Navigli, oggi, non sa a cosa va incontro. I 404 milioni di euro? Non scherziamo, è una cifra destinata a moltiplicarsi». Insiste, riaprire in Navigli «non si può. Ho ispezionato il canale, andavo io a vedere prima degli operai. Un viaggio incredibile, a ripensarci. Eppure ricordo alla perfezione il fondale di terra ricoperta con piastrelle, certamente non impermeabilizzato. S’è visto bene quando hanno cominciato a scavare per costruire la linea 1 del metrò. Arrivati all’incrocio di corso Venezia con via Senato, durante gli scavi il fondo del canale crollò. Allora non c’erano le talpe e il tunnel della metrò si scavava aprendo la strada. Fatto il tunnel, venne ricostruita la soletta del vecchio Naviglio ma con un solaio dalla portata di 250 chili. Quella soletta è lì dal 1969 e se vogliono riaprire il canale e rimettere l’acqua va rifatto il lavoro, perché così com’è di acqua ne può portare al massimo 25 centimetri». Dove si poteva, la Fossa fu riempita con iniezioni di terra e cemento «sparati» da un tubo alla pressione di sei atmosfere. Era sindaco Aniasi che dettò i tempi: 10 mesi per finire l’opera. Costi previsti: 750 milioni di lire.

Oggi quando esonda il Seveso Milano va sott’acqua. Per evitarlo, ecco le vasche di laminazione. «Seguendo il tunnel in direzione Nord, si arrivava in via Marina: era un canale. In caso di forti correnti dal Seveso, all’angolo di Senato con Corso Venezia chiudevano dei portelloni e quel canale, oggi via Marina, deviava le acque verso i giardini di Porta Venezia che funzionavano da vasca di laminazione». Da piazza Cavour a porta Ticinese c’è un dislivello di 2 metri e 40. Era necessario far sfogare l’acqua prima, in Porta Venezia e in via Laghetto. «Dirigevo il cantiere per la chiusura dei Navigli, prima di scendere sotto terra avevo studiato le vecchie carte del Comune. A fianco del canale del Naviglio c’è un collettore in mattoni largo tre metri e mezzo e profondo tre, costruito nel Settecento, una meraviglia. Oggi è persino illuminato. E non potete sapere quanti mi cercarono negli anni per conoscere i ‘segreti’ della Fossa».

Paola D’Amico (Il Corriere Milano)

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