A guardare oggi la sequenza dei fatti, la sensazione è quella di una tragedia annunciata. Non per un singolo errore, ma per una lunga serie di segnali ignorati, sottovalutati o rimasti sospesi in una terra di nessuno tra giustizia penale, immigrazione e prevenzione.
C’è un dettaglio che attraversa quasi tutti gli episodi attribuiti a Emilio Gabriel Valdez Velazco: la stretta al collo. Un gesto ripetuto, riconoscibile, usato per stordire, dominare, annullare la volontà delle vittime. Non è un particolare secondario, ma una vera e propria firma. Ed è lo stesso segno che oggi pesa come un macigno nella ricostruzione dell’omicidio di Aurora Livoli, 19 anni, trovata morta nel cortile di un condominio in via Paruta, nel Municipio 2 di Milano.
La sera del 28 dicembre è il punto di rottura. Alla fermata Cimiano della metropolitana, Valdez Velazco aggredisce una ragazza di 19 anni, E.M., sua connazionale. La afferra per il collo, le strappa il cellulare, tenta di trascinarla in un angolo del sottopasso. È un attacco rapido, violento, che avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesimo stupro. A fermarlo non sono sistemi di sicurezza o interventi preventivi, ma la reazione disperata della giovane e l’arrivo casuale di alcuni passeggeri.
Pochi minuti dopo, nello stesso luogo, l’uomo incrocia Aurora Livoli. Le telecamere li riprendono mentre parlano, si danno la mano, si allontanano insieme. Non si sa se si conoscessero già o se si tratti di un incontro casuale. Si vede però che percorrono il sottopasso, poi le strade verso via Paruta. Entrano nel cortile del complesso residenziale. È lì che il corpo di Aurora verrà trovato giorni dopo, con segni sul collo compatibili con uno strangolamento. L’ipotesi investigativa è che la ragazza abbia provato a difendersi.
Per capire se tutto questo poteva essere evitato, bisogna tornare indietro. Molto indietro.
Nel 2019 Valdez Velazco viene arrestato a Milano, in zona via Padova, dopo che un passante segnala una violenza in corso. Sta stuprando una ragazza di 19 anni per strada. La minaccia con un coccio di vetro, la picchia. Usa un alias e una diversa data di nascita. Viene condannato a nove anni per violenza sessuale aggravata. È già irregolare sul territorio italiano, era stato accompagnato alla frontiera pochi mesi prima, ma era rientrato quasi subito.
Dopo anni di carcere, viene scarcerato nel marzo 2024. A quel punto, la sua storia non si interrompe, ma accelera. Nel luglio dello stesso anno, a Cologno Monzese, avrebbe aggredito una donna italiana afferrandola per il collo e palpeggiandola. Viene identificato solo successivamente e resta a piede libero. Segue un nuovo provvedimento di espulsione, che però non viene eseguito: passaporto scaduto, certificazione medica che lo dichiara inidoneo al trattenimento in un CPR. Di fatto, nessuna barriera reale alla sua permanenza.
Passa un anno. Nel luglio 2025, sempre a Cologno Monzese, sarebbe tornato a colpire: un’altra 19enne peruviana, un’altra violenza, modalità analoghe. Anche in questo caso, risulta indagato. Nessuna misura che interrompa la spirale.
Poi arrivano dicembre e la fermata Cimiano. Prima una tentata rapina con aggressione, poi l’incontro con Aurora, infine l’omicidio.
Letta tutta insieme, questa sequenza racconta un’escalation evidente. Le vittime sono giovani, spesso 19enni. Il gesto è sempre lo stesso. Le segnalazioni si accumulano. I precedenti sono gravissimi. Eppure, l’uomo resta libero di muoversi, di aggredire, di incontrare nuove vittime.
Per questo la domanda del titolo non è retorica. Poteva essere fermato? Sì, più volte. Dopo la prima espulsione non effettiva. E dopo la condanna definitiva per stupro. Dopo la scarcerazione senza adeguate misure di controllo. Dopo le nuove aggressioni segnalate nel 2024 e nel 2025. Ogni passaggio rappresenta un’occasione mancata.
L’inchiesta della Procura di Milano chiarirà le responsabilità penali individuali. Ma resta un punto che va oltre il singolo processo: l’omicidio di Aurora Livoli non nasce all’improvviso. È il risultato finale di un sistema che ha visto, ma non ha fermato. E questa, forse, è la domanda più scomoda di tutte.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.