Il blog Arcipelago (sinistra riformista) pubblica la sua visione critica e obiettiva sull’amministrazione di Sala nel campo urbanistico, esaminata da un urbanista
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“Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’/e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. /Da quando sei partito c’è una grossa novità, /l’anno vecchio è finito ormai/ma qualcosa ancora qui non va.” (Lucio Dalla)
Effettivamente molte cose ancora non vanno…
Il 2025 è stato per Milano un anno urbanisticamente intenso, nel senso che di urbanistica si è parlato moltissimo, più nei palazzi di giustizia che a Palazzo Marino. Un anno in cui nonostante il blocco e il sequestro di alcuni cantieri, la città cresce, sì, ma soprattutto in verticale, a volte in deroga e con una certa vis interpretativa, quella che trasforma ogni norma in un thriller. Un racconto che il sindaco Beppe Sala ha continuato a difendere come necessario per una città che non vuole perdere il passo, anche quando il passo sembrava decisamente accelerato o scomposto.
I mesi passati sono stati scanditi da notizie approssimative e a volte tendenziose, inchieste discutibili, arresti celebri e scarcerazioni scontate, che hanno avuto il merito di rendere improvvisamente popolare un lessico altrimenti riservato agli addetti ai lavori: destinazioni d’uso, volumi, sagome, ristrutturazioni edilizie, piani attuativi e su tutti la famigerata SCIA! Tutti temi che fino a ieri annoiavano, ma che nel 2025 sono diventati di colpo interessantissimi, specie quando hanno iniziato a comparire nelle informative della magistratura, sempre più simili a dispense universitarie di urbanistica, con abbondanza di note e una certa passione per il dettaglio volumetrico. Non singoli abusi, ma un clima, un contesto. Non l’eccezione, ma il metodo (o la regola?).
Sotto osservazione è finito il cosiddetto modello Milano, quello da bere, che corre veloce e, con l’intento di semplificare, finisce per complicare tutto. Un modello che ha fatto della rapidità una virtù civica e della flessibilità una filosofia urbana, spesso rivendicata anche da Palazzo Marino come cifra distintiva dell’amministrazione Sala. Salvo scoprire nel 2025 che tra flessibilità e opacità il confine è sottile e che semplificare non significa necessariamente chiarire. Anzi, a volte significa distribuire responsabilità in modo così efficiente da renderle irreperibili, salvo poi ritrovarle ordinate e numerate in un fascicolo. Tutto ovviamente da dimostrare, ci mancherebbe…
Il PGT vigente, pensato per governare la trasformazione urbana con visione strategica (questo nella teoria e nelle enunciazioni dei suoi sponsor), è apparso nelle ricostruzioni giudiziarie come una sorta di testo sacro soggetto a continue esegesi. Uno strumento urbanistico che, più che governare e regolare, sembra specializzato nel “dipende”. Dipende da come lo leggi, da chi lo applica e, talvolta, da chi lo interpreta (Commissione Paesaggio?)
Il 2025 ha segnato come dicevamo una svolta narrativa: l’urbanistica non più come materia tecnica e un po’ noiosa, ma come racconto corale fatto di operatori immobiliari intraprendenti, uffici comunali sotto pressione, professionisti per tutte le stagioni e cittadini (spesso affetti da nimbite acuta) che scoprono a cose fatte di abitare accanto a un “intervento di rigenerazione”. Una rigenerazione che spesso rigenera tutto tranne il rapporto di fiducia tra istituzioni e quartieri, lasciando sul campo rendering patinati, assemblee molto partecipate e altre famiglie senza casa.
Nel frattempo, la politica (non) ha fatto quello che poteva (o non doveva?): ha difeso l’impianto generale, promesso correttivi, ribadito – come ha fatto più volte il caro Beppe – che Milano non si può fermare. Vero. Ma il 2025 ha dimostrato che forse sarebbe il caso, almeno ogni tanto, di rallentare, guardare la segnaletica e chiedersi se la strada sia davvero quella giusta, mentre qualcuno, dal sedile posteriore, prende appunti con grande attenzione.
Ed eccoci al 2026, con la variante (o meglio, variantine parziali) al PGT Milano 2030 annunciata come il momento della chiarezza. Le inchieste del 2025 incombono come una postilla diventata improvvisamente testo principale. È difficile immaginare una variante che non provi a chiudere qualche zona grigia, a ridurre l’uso disinvolto delle deroghe e al contempo, si spera, a riaffermare un principio semplice ma sorprendentemente controverso: che pianificare non è un fastidio burocratico, bensì una responsabilità pubblica, da esercitare prima, e non solo quando il cantiere è già finito e i buoi sono scappati.
Temo però che un PGT nuovo o, meglio, (a)variato che arrivasse nel 2026 sarà il classico topolino partorito da una montagna comunale che non ha nemmeno un assessore dedicato a scalarla. E considerando che dal 2027 saremo governati da ben altra compagine, non so se mettermi a piangere o prenotare direttamente un biglietto per… la Groenlandia!
Il 2025 si chiude così, senza sentenze definitive, ma con un dato acquisito: a Milano l’urbanistica è tornata centrale. Non perché funzioni benissimo, ma perché, quando funziona male, se ne accorgono tutti.
Buon anno!
Pietro Cafiero
P.S. Visto come è iniziato, forse ci conviene incominciare a scavare…
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