Venerdì 21 Fritto Misto in via Rizzoli. Cucina il Lambretta, che rivendica come propria la sede che dovrebbe essere del Mutuo Soccorso, e che invece pare del Muto Comune, vista la totale passività dell’amministrazione di fronte a questa situazione folle.
Nel Municipio 3, in via Angelo Rizzoli 13/A, si sta consumando una vicenda che merita la massima attenzione. Lo stabile che risulta formalmente come sede dell’associazione “Mutuo Soccorso Milano” è di fatto utilizzato dal centro sociale Lambretta, già noto per diverse occupazioni senza titolo. Questa sovrapposizione tra chi dovrebbe avere l’uso dello spazio e chi lo utilizza realmente solleva interrogativi che non possono essere ignorati.
La storia recente dell’immobile è segnata da una gestione opaca. In più occasioni, secondo fonti di stampa e interventi istituzionali, lo stabile risultava occupato senza alcuna autorizzazione valida. Il successivo intervento del Comune, invece di chiarire e normalizzare, sembra aver prodotto una sorta di sanatoria informale, senza un percorso trasparente di concessione e senza la pubblicità che dovrebbe accompagnare ogni assegnazione di un bene pubblico. Il risultato è uno spazio che funziona in una zona grigia, dove le regole sembrano valere solo per chi decide di rispettarle.
A questa incertezza strutturale si aggiungono altre questioni. Durante l’evento segnalato si osserva la presenza di attività di somministrazione di cibo e bevande, ma non è affatto chiaro se esistano le necessarie autorizzazioni sanitarie, fiscali e amministrative. In un contesto cittadino dove ogni bar, ristorante o associazione è tenuto a rispettare procedure severe e controlli puntuali, la mancanza di trasparenza su questo punto rappresenta un’ingiustizia evidente. Se un luogo pubblico diventa una zona franca in cui non è chiaro chi vigili e chi risponda delle attività svolte, il principio di uguaglianza davanti alle regole viene meno.
Un episodio specifico è emblematico del clima che aleggia attorno allo spazio. Il consigliere di Municipio Gianluca Boari ha chiesto se fosse disponibile il POS, come previsto per legge in occasione di vendite o servizi rivolti al pubblico. La risposta ironica —”te Pos..sino” — ha mostrato chiaramente quanto quel luogo venga percepito come libero da obblighi, come se le normative cittadine e nazionali non trovassero lì applicazione. È proprio da questi dettagli che emerge il senso di impunità: non serve una violazione eclatante quando la normalità stessa è improntata all’idea che “qui si fa come si vuole”.
Tutto questo è particolarmente grave perché riguarda un bene pubblico. Gli spazi del Comune devono essere gestiti secondo criteri di trasparenza, legalità e parità di accesso. Quando ciò non avviene, si crea una discriminazione evidente: le associazioni che seguono iter ufficiali, partecipano ai bandi, pagano canoni e rispettano le normative vengono penalizzate, mentre chi si muove al di fuori delle regole riceve di fatto un vantaggio. È un segnale deleterio per la città e per i cittadini, perché suggerisce che l’occupazione abusiva o la pressione politica valgano più della correttezza amministrativa.
Per ristabilire ordine e credibilità, è necessario che il Comune chiarisca immediatamente il titolo giuridico con cui lo spazio è utilizzato, verifichi la conformità delle attività svolte e renda pubblici gli atti relativi all’assegnazione. L’amministrazione ha il dovere di tutelare anche i residenti, garantendo che decoro, sicurezza, limiti orari e normativa fiscale siano rispettati come in qualunque altra attività cittadina.
La vicenda di via Rizzoli 13/A non è solo un episodio isolato, ma un simbolo di una gestione degli spazi pubblici che rischia di perdere ogni credibilità se non affrontata con decisione. Milano non può permettersi aree sottratte al rispetto delle regole. Restituire trasparenza a questo caso significa restituirla alla città intera.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.