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Piazza Fontana non è una data qualsiasi: la lettera di Fortunato Zinni a Landini scuote la Cgil

Attualità

Il 12 dicembre non è un giorno come gli altri, almeno a Milano. È la data che, dal 1969, segna una ferita ancora aperta nella memoria civile italiana: la strage di Piazza Fontana, in cui persero la vita 17 persone e molte altre rimasero ferite. Tra loro c’era anche Fortunato Zinni, all’epoca giovane impiegato della Banca Nazionale dell’Agricoltura, rimasto ferito ma sopravvissuto.

Oggi, Zinni – socialista, ex sindaco di Bresso, scrittore e testimone instancabile della memoria – ha indirizzato una lettera aperta a Maurizio Landini e alla segreteria della Cgil, dopo l’annuncio dello sciopero generale per il 12 dicembre contro la manovra del governo.

Una decisione che, secondo Zinni, “offende la memoria delle vittime di Piazza Fontana” e rappresenta “un corto circuito simbolico nella vita civile del Paese”, dove la politica e il sindacato sembrano aver smarrito il senso del rispetto per le date che dovrebbero unire, non dividere.

“Sciopero generale il 12 dicembre? Con tutto il rispetto – scrive Zinni – mi sembra una data non rispettosa verso le 18 vittime innocenti ancora in attesa di giustizia e per la ferita ancora aperta di un eccidio tuttora impunito.”

Nella sua lunga e accorata lettera, Zinni ripercorre la storia di quella giornata e delle inchieste che seguirono: i depistaggi, i processi infiniti, i silenzi delle istituzioni, le verità negate. Ricorda la battaglia dei lavoratori della Banca Nazionale dell’Agricoltura che, unici tra le parti civili, tentarono di chiamare in causa anche i servizi segreti, trovandosi di fronte a un muro di gomma. E denuncia l’assenza, per oltre cinquant’anni, di una presenza ufficiale dello Stato a rendere omaggio alle vittime, “declassate – scrive – a strage figlia di un Dio minore”.

Ma le sue parole non sono solo un atto d’accusa verso la politica o la giustizia. Sono anche un appello al mondo del lavoro, di cui lui stesso ha fatto parte per oltre sessant’anni come dirigente della Cgil.

“Riconosco al gruppo dirigente il diritto di proclamare uno sciopero generale – precisa – ma non condivido la data scelta. Alcune date, come il 25 aprile, il 2 giugno o il 12 dicembre, toccano ferite ancora aperte e non possono essere usate per altri fini.”

Zinni non rinnega il suo legame con la Cgil, anzi lo rivendica con orgoglio: è iscritto da 63 anni e ha ricoperto importanti incarichi a livello provinciale, regionale e nazionale. Ma proprio per questo, dice, la memoria deve essere “un atto di coerenza, non di convenienza”.

La sua lettera – pubblicata da Dialogo News e ripresa da diversi osservatori del mondo sindacale – è destinata a far discutere. Perché, al di là della polemica sullo sciopero, tocca una questione più profonda: quella del rapporto tra memoria e impegno politico.

Zinni non contesta il diritto di scioperare, ma invita la Cgil a “non dimenticare che la storia del sindacato è fatta anche di memoria condivisa, di rispetto per chi ha pagato con la vita la violenza e la menzogna”.

Le sue parole sono un monito che parla non solo ai vertici sindacali, ma a tutta la società civile: “Solo raccontando la verità ai giovani – scrive – possiamo restituire dignità ai morti innocenti e dare un senso alla nostra democrazia.”

Nel cinquantesimo anniversario della strage, Zinni era tornato in Piazza Fontana per dire ai ragazzi: “Non cercate eroi, ma cercate la verità.” Oggi, a distanza di anni, il suo messaggio resta lo stesso: la memoria non può essere usata come sfondo per uno scontro politico.

Perché il 12 dicembre, a Milano, non è un giorno qualsiasi.

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