Il Leoncavallo non è solo un centro sociale: è un buco nero per il fisco italiano. Un’analisi delle sue attività trentennali rivela un’enorme evasione fiscale, molto più complessa di quanto si possa immaginare. I flussi di denaro incassati per eventi, bar e cucina, senza scontrini o permessi, hanno creato un danno economico significativo.
Il danno non riguarda solo il mancato versamento di imposte e tasse. Anche la concorrenza sleale nei confronti di locali, bar e discoteche che rispettano la legge e le scadenze fiscali.
La situazione si aggrava ulteriormente se si considera la recente vicenda che vede coinvolto il Ministero dell’Interno. Dopo essere stato condannato a risarcire 3 milioni di euro alla famiglia proprietaria dell’ex cartiera, il Ministero si è rivalso sulle Mamme Antifasciste, l’associazione che rappresenta il centro sociale. Tuttavia, l’associazione non ha versato un solo centesimo. Secondo l’associazione, la ragione è semplice: non hanno la disponibilità economica per il pagamento. Ma a sostegno della loro decisione, c’è anche un cavillo legale: la richiesta del Ministero non è una vera e propria causa, ma una semplice diffida. Inoltre, sarebbe difficile provare che l’associazione ha impedito il rilascio dell’immobile dal 2003, anno della sentenza che imponeva lo sgombero.
A pagare il conto, come spesso accade, sarà la collettività: 3 milioni di euro di soldi pubblici per risarcire dei privati che per trent’anni non hanno potuto godere della loro proprietà. Una situazione che ha scatenato la reazione dell’attuale governo di centrodestra, che è intervenuto per mettere i sigilli a un luogo che ha goduto di una sorta di “extraterritorialità”.
Ma il problema principale resta l’evasione fiscale. Il centro sociale, come anticipato dalla cronaca milanese di Libero, deve al Comune di Milano centinaia di migliaia di euro di TARI. Nonostante la possibile riduzione della tassa per via della classificazione dell’immobile come ex cartiera, il debito rimane. A differenza di luce, acqua e gas, per i quali gli antagonisti hanno saldato i loro debiti, la TARI resta una pendenza aperta. Le attività di intrattenimento del Leoncavallo, come i concerti e le serate danzanti, non sono mai state regolarizzate. Nessun permesso è stato chiesto alla SIAE per le esibizioni, nessuna licenza è stata richiesta per il servizio d’ordine e, cosa più importante, non sono stati emessi biglietti d’ingresso, ma solo “sottoscrizioni”, un modo per giustificare l’incasso in nero.
Secondo le tabelle SIAE del 2025, per eventi non gratuiti, le cifre minime da versare sono di 108,80 euro per 100 posti fino a 319,75 euro per mille posti. Ipotizzando un concerto a settimana, si parla di un’evasione di almeno 8.000 euro all’anno. Anche se il centro sociale fosse considerato un “circolo ricreativo”, le somme da versare sarebbero comunque significative, come i 23,70 euro per un evento musicale senza ballo. Un sistema che ha portato qualcuno a definire il centro sociale “Leoncavallo SpA”, dove l’acronimo non sta per “Spazio pubblico autogestito”, ma per “Società per azioni”.
A completare il quadro c’è la “cucina pop”, aperta dal giovedì alla domenica. Nessuna licenza e nessun registratore di cassa. I prezzi sono bassi (primi a 5 euro, secondi a 7,50 euro), ma ci sono anche le “serate a tema” come quelle riportate qui sotto. Certo l’IVA non è mai stata considerata e per quanto riguarda le tasse sugli introiti… non pervenute!
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