In occasione della Giornata internazionale dedicata a Nelson Mandela, Interris.it ha intervistato Gianluca Grassi, esperto di relazioni internazionali e dialogo interculturale, autore del libro “Nelson Mandela. Il perdono è un’arma potente”

Sessantasette minuti sono poco più di un’ora di tempo che si potrebbe dedicare agli altri ogni giorno, 4020 secondi passare dall’“io” al “noi”, perché ognuno può dare il suo contributo a cambiare il mondo, dato che Nelson Mandela ha speso 67 anni della sua vita per i diritti e l’uguaglianza. Attivista contro il regime di apartheid, la segregazione razziale istituzionalizzata che separava la popolazione bianca da quella di colore, membro della principale forza di opposizione African national congress e detenuto per 27 anni, fino al suo rilascio nel 1990, è stato il primo non bianco nella storia del Paese a diventare capo di Stato in un Sud Africa che rinasceva sulla riconciliazione tra oppressi ed oppressori. Un simbolo che le Nazioni unite hanno deciso di omaggiare istituendo il Nelson Mandela Day nel giorno della sua nascita, il 18 luglio. Per l’occasione, Interris.it ha intervistato Gianluca Grassi, autore del libro “Nelson Mandela. Il perdono è un’arma potente”.
Com’è nato questo libro?
“Me lo ha proposto l’illustratore e autore delle immagini Filippo Barbacini. Io ho lavorato per diverso tempo nelle relazioni istituzionali con il Sud Africa e l’Africa australe in generale, mentre lui ha partecipato ad alcuni scambi ed è stato accompagnatore nelle visite nei luoghi simbolo della lotta di liberazione sudafricana, come Soweto, così mi ha proposto di restituire qualcosa di tutto questo ai giovani d’oggi. Noi abbiamo visto Mandela all’opera, seppur nella fase finale della sua vita, e comunque la sua storia riecheggiava in noi fin bambini, mentre le nuove generazioni non sono consapevoli in toto della sua vicenda”.
Come raccontare Mandela ai giovani?
“Come una storia plurale. Mandela ha maturato il suo impegno politico e sociale contro il regime di apartheid insieme ai suoi compagni di percorso, quelli del movimento giovanile come gli avvocati del primo studio ‘nero’ di Johannesburg. Una vicenda in cui la rabbia e il senso di giustizia si sono trasformati in comprensione per l’altro e nel perdono: vittima non è solo chi subisce, ma anche il carnefice, perché la deumanizzazione colpisce pure chi priva l’altro di libertà. La comprensione altrui è un fortissimo motore del cambiamento, un concetto legato alla filosofia ubuntu, secondo cui ognuno di noi cambia nell’incontro con l’altro. Oggi è faticoso trovare figure con questa vocazione al dialogo, allo scambio, ai diritti, alla pace, i leader del mondo utilizzano altri linguaggi e azioni. Così per i giovani è più difficile avvicinarsi alla dimensione del ‘noi’”.
Come dialogano nel libro le parole e le immagini?
“E’ rappresentata la vita Mandela durante l’infanzia e in età adulta insieme a tutte le figure del corpo politico e culturale sudafricano che lo hanno influenzato e accompagnato nella sua protesta e ricerca di pace. Ci sono episodi famosi a livello internazionale e coloro che hanno dato supporto al movimento di liberazione, tra cui gli italiani Dina Forti e Giuseppe Soncini”.
L’impegno politico e la lotta di Mandela sono durati decenni. Come sono evoluti nel tempo?
“Uno dei principi che lo ispirava era il riconoscimento dello spazio delle persone nella collettività e contemplava anche la lotta con i regimi, per perseguire la pace riteneva dovessero essere risolte le ingiustizie. Già negli Ottanta invitava i suoi ex compagni di movimento al disarmo e cercava il dialogo con il governo perché aveva capito che, per costruire una nuova storia per il Paese, non bisognava distruggere l’avversario. Il suo impegno ha fatto comprendere come la pace tra chi ha subìto violenze e chi ha usato il linguaggio della guerra non sia solo la firma di un documento ma richiede tempo, esperienza e fatica. Fino a quando ha potuto fare attività internazionale ha promosso il dialogo e la pace, ma è morto in un mondo che non ha ancora eliminato appieno conflitti, aggressività e instabilità. Sarebbe interessare capire cosa suggerirebbe in un contesto attuale”.
Quali sono i valori e le idee che ritiene vadano tramandati?
“Il principio di essere uniti nella diversità, riuscire a dare lo stesso spazio e gli stessi strumenti a ciascuno in modo che ogni diversità possa affermarsi nella dimensione collettiva. Inoltre, la conciliazione e la capacità di riconoscere il dolore e gli errori per evitare che diventino moltiplicatori di altro dolore e violenze. La sua eredità, su questo punto, è stata da più parti criticata perché la Commissione per la verità e la riconciliazione poteva forse dare più risultati, ma il Paese rischiava di esplodere e non è successo”.
Mandela è stato ed è un ancora simbolo?
“Sì, simbolo universale di una lotta collettiva condotta da milioni di persone. La dimensione la dà il fatto che la sua causa veniva percepita quasi in tutto il mondo. La giornata a lui dedicata nasce proprio da un suo assunto: come Mandela ha dedicato 67 anni della sua vita all’impegno, se ognuno di noi nel suo piccolo spende 67 minuti della propria giornata per gli altri o per un’attività pubblica, dà il suo contributo a cambiare il mondo”.
Cosa rappresenta Mandela per lei?
“Un modello di come non perdere la fiducia in qualcosa che si percepisce come giusta. Una figura che è stata capace di mettere il bene del proprio popolo davanti all’interesse personale anche sacrificando la famiglia e la libertà e subendo violenze e umiliazioni per il colore della pelle. Nel giorno dell’insediamento alla presidenza del Sud Africa al suo fianco c’erano de Klerk e i suoi carcerieri, si era messo accanto chi lo aveva privato della libertà. Un messaggio fortissimo”.
(di Lorenzo Cipolla per Interris)
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