Giggino Di Maio vuole uno Stato badante

Politica

Milano 8 Gennaio – L’intervista a Luigi Di Maio al Mattino sul programma elettorale dei Cinque Stelle è la più ampia e dettagliata mai concessa a un giornale italiano. Si è poi aggiunto un pezzo di Alessandro Barbera sulla Stampa, con dettagli attribuiti a “fonti” del Movimento. Non si può negare che il nuovo leader del movimento – a cui le nuove regole conferiscono anche il potere dell’ultima parola sui candidati elettorali – esponga una sua visione complessiva. L’episodicità talora contraddittoria di proposte spesso contestate ai pentastellati come espressione di mera volontà di cavalcare la protesta contro i vecchi partiti cede il posto ad alcuni valori di fondo, che tengono insieme misure e criteri d’intervento che abbracciano praticamente ogni settore della vita pubblica. Tanto da poter consentire una prima classificazione dei princìpi generali da cui discende la visione complessiva. Ovviamente, dal nostro punto di vista, che non è vangelo ma il criterio che propongo in radio e sui giornali per cui scrivo.

I princìpi che informano il programma Di Maio affondano le loro radici in un vasto schieramento di forze che hanno guadagnato consensi negli ultimi anni alle più recenti elezioni in molti Paesi occidentali. Più Stato, più dirigismo, più normativismo, controlli e regole. La triade è essenzialmente questa. Ed è comune alle forze rosso-nere che in Europa hanno realizzato grandi avanzate elettorali, sia pur mancando sin qui il governo a Ovest e ottenendolo invece nell’Est Europa. Da Corbyn a Orbàn, in definitiva la triade è simile: la vera differenza tra rossi e neri sta sul pedale premuto da quest’ultimi a favore del nazionalismo e contro gli immigrati, ma per il resto i fondamenti sono comuni. E’ una ricetta pensata per le vittime della crisi e chi si sente escluso dalla forte ripresa di un’Europa che cresce a ritmi del 2,5%, e propone il ritorno a uno “Stato badante”, disinvoltamente dimenticando che il debito pubblico europeo medio è cresciuto fino al 90% del Pil complessivo, e il nostro poi è sul 132%.

Naturalmente, non sto affatto dicendo che ognuna di quelle forze politiche europee si equivalga. I pentastellati nascono da una storia tutta italiana, come eredi veri di Mani Pulite, e in contrapposizione al fallimento di destra e sinistra alternatesi al governo nella Seconda Repubblica. Ma ora che hanno deciso di darsi un programma articolato e coerente, che ne avvalori la possibilità di essere forza di governo e non di mera protesta anti sistema, la scommessa sembra questa: che in campagna elettorale si affrontino tre piattaforme programmatiche tutte gravate da contraddizioni analoghe, e da sparate non sostenibili. In modo che nessuno abbia buon gioco a dimostrare davvero “il mio programma è più serio del tuo”, e la vera differenza a risaltare sia ancora una volta “loro hanno fallito, ma noi al governo non siamo mai andati”.

Chi lo sa, può essere pure che funzioni. Ma il nostro compito è un altro. E’ riflettere concretamente su quel che Di Maio ha detto. Da una parte l’accreditamento di uno stile di governo fa dire a Di Maio “con l’Europa tratteremo”, senza ribaltare tavoli e senza partire in quarta con proposte di referendum consultivi anti-euro. Dall’altra parte Di Maio afferma che senza sforare il 3% di deficit sul Pil l’Italia non riparte. E che bisogna spiegare all’Europa che “l’austerità deve finire”: ma quale austerità, se Padoan ha ottenuto dall’Europa più di 30 miliardi in 3 anni non di minore ma di maggior deficit? E ancora, facendo rioscillare il pendolo dal lato opposto del rigore, Di Maio annuncia al contempo tagli pluriennali alla spesa corrente nell’ordine dei 50 miliardi di euro. CINQUANTA MILIARDI… per alimentare un programma per 2-3 anni di ALMENO CENTO MILIARDI DI SPESA IN PIÙ, ha titolato La Stampa. Ma se in questi anni la politica ha messo nel cassetto il piano pluriennale Cottarelli, che si fermava a 32 miliardi di minor spesa ed è stato considerato lunare?

Al centro di tutto per dare una risposta non ai 4,9 milioni di italiani in povertà assoluta, ma più estesamente agli 8,9 milioni esposti alla povertà relativa, c’è naturalmente il reddito di cittadinanza. E ieri Di Maio ha fatto un annuncio importante: esso non si attuerebbe sostituendo subito i diversi attuali strumenti di sostegno al reddito fino ai quasi 800 euro mensili procapite, ma procederebbe all’inizio “su un binario separato”. Solo in un secondo tempo, inizierebbe la deforestazione delle diverse forme di integrazione assistenziale al reddito oggi vigenti. Auguri: chi può immaginare un governo che prima aggiunge, e poi toglie? E assicurare 1950 euro al mese a una coppia con due minori nel Sud, dove i redditi medi procapite sono anche del 50% inferiori al Nord, non alimenta una trappola della disoccupazione invece di spingere all’occupabilità? E davvero a un disoccupato a Napoli direte – come annuncia Di Maio – che o accetta il posto di lavoro a Trento o perde i suoi 780 euro, quando agli insegnanti messi a ruolo siamo tornati a garantire la preferenza per l’assegnazione personalmente indicata vicino a casa?

Ancora. Se nella prima fase di minor dipendenza energetica dal petroliobisogna aumentare la quota di gas, non serve forse dire subito sì al Tap in Puglia, invece di annunciare velleitariamente l’uscita totale dal petrolio nel 2050? Quante decine e decine di miliardi incentivi pubblici servono per questi traguardi? Pagati da chi, se non dal consumatore su cui già grava una montagna di cosiddetti “oneri di sistema” in bolletta? Per il Sud si propone la creazione di una banca pubblica: ma non è chiaro forse che, il giorno in cui una CDP o equivalente avesse la licenza bancaria, giustamente tutto il sistema bancario italiano insorgerebbe sostenendo che essa non potrebbe avere la garanzia pubblica sulla raccolta con cui fa impieghi, impugnando la decisione del governo per aiuti di Stato in sede europea? Come si può davvero sostenere che lo Stato deve impedire la concorrenza tra esercizi commerciali, deve evitare che i maggiori volumi e margini e i minori costi di approvvigionamento della grande distribuzione la avvantaggino sulla piccola, quando i benefici in termini di prezzi più vantaggiosi vanno ai consumatori? Che cosa c’entra la difesa del vecchio articolo 18 nell’impiego pubblico, con la sua autonomia dalla politica? Come si può dire che va abolito il Jobs Act e quindi il nuovo articolo 18 per i lavoratori privati, e al contempo sostenere che non deve crescere ma diminuire il costo per le imprese: quando è evidente a chiunque che l’innalzamento della rigidità nelle procedure di licenziamento economico e non discriminatorio si traduce automaticamente in un costo aggiuntivo del salario lordo a carico delle imprese stesse?

Mi fermo qui, sono solo esempi. Tocca agli elettori scegliere. Ma di sicuro più Stato, più dirigismo e più regole hanno dimostrato nella storia italiana di essere potenti freni alla crescita, ed è questa una delle ragioni fondamentali per cui da metà degli anni Novanta perdiamo competitività comparata: proprio per il piombo di quei settori di produzione di beni e servizi pubblici e privati non-traded che Di Maio vuole ulteriormente esclusi dalla concorrenza. E’ vero che non solo in Italia un forte vento sembra spirare in quella direzione. Tutt’altra cosa è credere che quel vento gonfi le vele all’Italia, quando il rischio concreto è di farla scuffiare sott’acqua.

Oscar Giannino (L’Intraprendente)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.