God Save Cameron. Come opporsi a Bruxelles con un’agenda pragmatica e liberale

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Milano 21 Febbraio – David Cameron ha vinto la sua battaglia. Al Consiglio Europeo, riunitosi a Bruxelles, hanno accettato, con voto unanime, le richieste del premier conservatore, concedendo al Regno Unito una sorta di “statuto speciale” all’interno dell’Unione Europea. Il premier britannico e il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, hanno annunciato l’intesa dopo 24 ore di trattative. I punti dell’accordo ricalcano, grosso modo, l’agenda già pubblicata. Il capitolo negoziale sulla sovranità è solo apparentemente simbolico, ma comporta effetti di lungo periodo, se debitamente compreso e sfruttato. Londra è infatti riuscita a farsi esentare dalla clausola dei Trattati che prevede la partecipazione a una “Unione sempre più stretta”. E’ questo lo “statuto speciale” che il Regno Unito si è ritagliato e che Cameron commenta con una battuta in conferenza stampa: “La Gran Bretagna non farà mai parte del super-Stato europeo”.

Per il primo ministro del Regno Unito, il peso della vittoria si misurerà il prossimo 23 giugno, la data (fissata subito dopo l’accordo) in cui è previsto il referendum sull’uscita dall’Unione Europea. Ora Cameron potrà sfidare il fronte euro-scettico alla sua destra, argomentando che, ormai, uno strappo formale dall’Ue non è più necessario. Le isole britanniche hanno praticamente tuttal’autonomia di cui avevano bisogno. Dal loro punto di vista, il continente appare ora semplicemente come un grande spazio politico a cui associarsi e un gigantesco mercato di sbocco. Piùun’opportunità che un peso (o un pericolo). Sta al governo conservatore, adesso, comunicare agli elettori l’importanza della vittoria ottenuta a Bruxelles. Anche se i partiti decisamente contrari all’Ue, come l’Ukip e la destra degli stessi Tories, sono e restano molto forti su questo tema.

L’importanza per il resto dell’Europa sta nel precedente che la Gran Bretagna ha appena creato. Ci si può ritagliare uno statuto speciale, sia pure con gran difficoltà negoziale, pur restando dentro l’ambito europeo. Una separazione “in casa”, a tutti gli effetti: senza strappi, senza guerre, senza chiusure di frontiere e al di fuori di ogni logica nazionalista. Il precedente potrebbe essere sfruttato soprattutto dai paesi dell’Europa centrale che sono ancora fuori dall’eurozona, come la Polonia e l’Ungheria. Ma è difficile che si possa limitare a quelli: anche paesi dell’eurozona avrebbero lo stesso diritto a non far più parte di un progetto che vuole una “Unione sempre più stretta”: sono tutti membri dell’Ue allo stesso modo del Regno Unito. E quale sarebbe il vantaggio? Semplicemente quello di potersi chiamare fuori da un processo “inesorabile” di cessione della sovranità a uno Stato centrale. E sempre più centralista. Non è cosa da poco. L’Ue, almeno dal trattato di Maastricht (1992) in poi è sempre stata considerata dai suoi promotori come un percorso storico già scritto, destinato a culminare negli “Stati Uniti d’Europa” (per i suoi sostenitori) o nel super-Stato europeo (per i detrattori), ma comunque in un’entità politica continentale che si sostituisce completamente agli Stati nazionali. Con l’accordo strappato ieri, a Bruxelles, la Gran Bretagna può aver interrotto questo processo.

Può essere importante anche per l’Italia. Se non altro è un esempio, per chiunque lo voglia ascoltare. Attualmente, infatti, abbiamo una gravissima carenza di proposte, per quanto riguarda la nostra politica europea. La politica del governo Renzi consiste, essenzialmente, nella massima fedeltà possibile all’Ue e ai suoi fini. Salvo qualche “dura” presa di posizione per chiedere più aiuti e il permesso di spendere più soldi pubblici (fuori di retorica: è tutta qui la “ribellione” di Renzi contro la Merkel). I partiti euroscettici, soprattutto il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e la Lega Nord di Salvini, sono invece portatori di un’idea ancor più utopica rispetto al progetto di “Stati Uniti d’Europa”. Partono da un errore di fondo: attribuiscono all’euro e all’Ue i problemi che derivano da errori nazionali (troppe tasse, troppe regole e troppa spesa pubblica). E da questo errore traggono, coerentemente, conclusioni errate: vogliono tornare all’autarchia, nascosta sotto gli slogan per la protezione del made in Italy, le ri-nazionalizzazioni e il ritorno a una “moneta sovrana”. Forza Italia, in questo dibattito, latita. Un Antonio Martino, caso unico di euroscettico della prima ora, liberale e thatcheriano, talvolta fa sentire la sua voce, ma in veste di opinionista e non di politico. Cameron offre un’alternativa pratica, pacifica, culturalmente liberale in questo dibattito. Qualcuno lo vuole seguire?

(Stefano Magni – L’Intraprendente)

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